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150 anni. Punto

E’ il 17 marzo 2011 e l’Italia compie 150 anni. Negozi, scuole e aziende hanno chiuso i battenti per permettere a lavoratori e studenti di onorare questa festa nazionale, ma, a dire il vero, aria di festeggiamenti ce n’è ben poca.

Sappiamo che sul Gianicolo a Roma tuonerà il cannone e che il Parlamento si riunirà in seduta straordinaria. Sappiamo anche che la giornata si concluderà con l’esecuzione del Nabucco di Verdi in quei teatri dell’opera che non hanno ancora dovuto chiudere i battenti a causa dei tagli alla cultura. Queste sono le (poche) certezze istituzionali, e poi? E poi, niente.

Dovremmo approfittare di questo giorno libero a disposizione per cercare frammenti di storia nazionale e ritrovare noi stessi. Non sarà così perché è più facile unirsi nella rassegnazione che nella volontà di costruire in positivo.

Una rassegnazione malsana che ci impedisce di andare oltre le lamentele, che ci fa polemizzare senza proporre alternative. In questo, come italiani, siamo indubbiamente uniti. Come esseri umani, invece, abbiamo la naturale azione dei sentimenti che fortunatamente ci sprona alla coesione. Gioia, dolore, paura e coraggio tendono a mettere d’accordo gli uni e gli altri.

Quanto sta accadendo in questi giorni in Giappone ne è la dimostrazione. La nostra attenzione, i nostri pensieri, rimandano continuamente alla devastazione subita da uno dei Paesi più avanzati del nostro pianeta. Terremoto – tsunami – disastro nucleare. Terremoto – tsunami – disastro nucleare. Terremoto – tsunami – disastro nucleare. Anche volendo, impossibile evitare il coinvolgimento.

E poi c’è il Maggio Musicale Fiorentino. Trecento componenti tra coro e orchestra chiamati a festeggiare con una tournée in Giappone i 150 anni dell’Unità d’Italia, l’11 marzo vengono sorpresi dalla prima scossa di terremoto. Incubo.

La Kanagawa Kenmin Hall di Yokohama, il Teatro Bunka Kaikan e il Teatro NHK Hall di Tokyo avrebbero dovuto essere i luoghi del loro trionfo. E invece sono barricati in un hotel della capitale in attesa del rientro (alcuni oggi, altri domani) e fanno i conti con le loro paure. Su tutte, ovviamente, vince quella di essere contaminati dal nemico nucleare subdolo e invisibile.

Siamo tutti sconvolti, travolti, coinvolti: come italiani e come esseri umani.

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