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“Al Shaab Yurid”, quando il popolo vuole. L’ultima mostra di Ali Hassoun

CULTURE
Ali Hossoun_640Dall’11 maggio al 22 giugno il Museo Piaggio ospita, nella sua storica sede di Pontedera, la mostra antologica Al Shaab Yurid… (Il popolo vuole…) dell’artista italo-libanese Ali Hassoun.
L’abbiamo incontrato nel suo studio milanese e ci ha raccontato perché ha scelto questo titolo, Al Shaab Yurid appunto.

Dopo la “Primavera araba”, che spero sbocci nella rinascita della cultura araba, mi sembrava giusto usare quelli che sono stati gli slogan di questa Rivoluzione, che in qualche modo cercava di affermare un diritto – che qui in Occidente è ormai garantito -, quello di riprendere in mano il proprio destino. Al Shaab yurid significa il popolo vuole. E’ un proverbio arabo antico: “iza al shaabu yauman arada al hayata fala budda an yastajiba al qadaru” (se il popolo un giorno desiderasse la vita, il destino prima o poi risponderà).

Nelle sue ultime opere, le persone comuni sono “Heros”, gli eroi della contemporaneità. Che portino la keffia della “Primavera araba” o vestano made in Italy, sono comunque i protagonisti della scena globale. Ce ne vuole parlare?
Nel mio lavoro c’è sempre stata un’attenzione particolare verso le persone comuni. Questo è testimoniato anche dal mio percorso artistico. I soggetti che hanno catturato la mia attenzione sono persone con cui ho avuto a che fare sin da ragazzo, in Libano. Ma sono anche persone incontrate nei miei viaggi in Africa e nella fascia del Mediterraneo. In questa mostra di Pontedera, il mio sguardo si è rivolto in particolare verso quegli uomini e quelle donne che stanno cercando di migliorare e di confrontarsi con la modernità, la contemporaneità. La storia con loro non è stata generosa, non ha dato loro ciò che meritano dal punto di vista della “libertà individuale”, ma soprattutto non ha dato loro dignità, né modo di esprimersi nella società in cui vivono. Nelle mie opere, il riflettore è stato puntato quindi su queste persone, che si trovano a cavallo di varie culture. Ho preso spunto non solo dal sociale, ma anche dalla storia dell’arte, soprattutto quella Pop, che secondo me le mette in risalto.

Alla luce di quello che sta succedendo in Medio Oriente, come vede il futuro dei giovani nella sua terra di origine?
Siamo in un momento difficile, che però era anche prevedibile. E’ iniziato un processo – che io personalmente ho sempre desiderato per me stesso quando mi trovavo in Libano (e che ho poi cercato e trovato in Italia) -, di cambiamento, con la possibilità per questi giovani di potersi esprimere e di poter realizzare i propri sogni. E’ un processo lungo e difficile, ma io credo che ormai sia inarrestabile.

Pontedera ospita diverse comunità di immigrati. Si è sentito in qualche modo influenzato da questo?
Non direi influenzato, è stata più una conferma di quello che vado dicendo da anni e cioè che una convivenza è possibile, con i suoi problemi e difficoltà. A volte, mentre camminavo per le strade di questa città, mi è sembrato che i miei quadri mi venissero incontro: queste donne, per lo più del Senegal, con i loro abiti coloratissimi. E’ stata una piacevole sorpresa.

Un’ultima domanda dopo le polemiche nate sul suo Palio di Siena. Non teme che si scatenino anche per la sua “Vespa d’artista?
Un artista deve essere preparato a tutto. Il Palio di Siena è da sempre argomento di polemica, e il mio non ha fatto eccezione. Credo che qui il caso sia diverso: l’arte è, e deve essere, oggetto di discussione, ma deve essere anche propositiva. Deve dare argomenti di riflessione e toccare temi attuali, anche se spinosi.

 

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