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Egitto o morte. Intervista a Marco Alloni

CULTURE-PEOPLEMArco Alloni_640Il mondo è sconvolto dal numero crescente di attentati terroristici. Secondo il Global Terrorism Index 2014, c’è stato un aumento del 44% degli attacchi nel 2013, l’anno in cui sono saliti a quasi 10mila. Siria, Iraq, Afghanistan, Pakistan e Nigeria sono i Paesi che hanno registrato un numero più alto di perdite umane. Al-Qaeda, Daesh (Stato Islamico), Boko Haram e i Talebani sono i principali gruppi terroristici coinvolti negli attentati. Per capire cosa stia succedendo anche al di là del Mediterraneo, abbiamo raggiunto telefonicamente il giornalista e scrittore Marco Alloni, che vive e lavora al Cairo ed è l’autore dell’ e-book “Egitto o Morte – il Golpe che non era un golpe“.

“Egitto o Morte – il Golpe che non era un golpe e la coscienza sporca dell’Occidente” è il suo recente e-book, uscito nel 2013. Può spiegarci la scelta del sottotitolo?
Per chi ha vissuto dall’interno la Rivoluzione egiziana – come è stato il mio caso – e in particolare la sollevazione del 30 giugno – quando il popolo si è riversato per le strade per deporre Mohamed Morsi (Presidente dell’Egitto dal 30 giugno 2012 al 3 luglio 2013 NdR), dopo un anno di avvertimenti e mal governo -, si è reso conto che, in realtà, non si è trattato di un golpe. Ciò che è successo non può essere immediatamente riconducibile al termine “golpe” per la semplice ragione che è stata, come la Rivoluzione del 2011, una sollevazione di massa, spontanea e popolare. E’ vero che poi, al termine di questa sollevazione, sono intervenuti i militari, che hanno avuto un ruolo decisivo e cruciale nella deposizione e nella caduta di Mohamed Morsi. E’ anche vero, però, che questa è stata una sollevazione e che ricondurla banalmente al termine golpe, anche se tecnicamente si potrebbe dire che di questo si è trattato, non è corretto.

Molti ritengono che la Rivoluzione egiziana sia frutto di una regia esterna all’Egitto. Lei cosa ne pensa?
Personalmente credo che le due storiche settimane della Rivoluzione (e dico storiche perché lo sono state per l’Egitto, ma anche per tutto il mondo arabo) non siano state un processo eterodiretto, voluto dall’esterno, dall’alto o dall’estero. Forse caldeggiato, incoraggiato, ma quello che io ho visto è stata una discesa nelle piazze, un’uscita straordinaria dalle case: gente che inneggiava anche dalle finestre, passanti e manifestanti che chiedevano agli abitanti della città di unirsi. Credo quindi, oltre al fatto che tutto ha avuto inizio grazie a questo battage sul web, che sia un po’ una semplificazione e la solita logica di ricondurre al complottismo quello che è accaduto. Qui c’era un popolo esasperato che a un certo punto ha deciso di non accettare più lo strapotere di Hosni Mubarak, delle sue burocrazie e dei suoi accoliti e quindi si è riversato massicciamente per le strade ed è sceso in Piazza Tahrir. Questo è quello che è accaduto. Se poi ciò sia stato parzialmente condizionato dall’intervento e dalla volontà di altri, a me sembra del tutto irrilevante. Quello che conta veramente è la svolta morale antropologica, sociale, politica, esistenziale del popolo egiziano. Questo si connota alla radice della Rivoluzione.

Slider_440x240_Tahrir SDLa Rivoluzione egiziana è stata comunque uno spartiacque, ha rotto qualcosa. E questo non si può cancellare. Lei cosa ne pensa??
Ryszard Kapuscinski, reporter polacco, diceva che una rivoluzione comincia – ed è lì che scaturisce tutto – quando il popolo cessa di avere paura. Quello che è accaduto in Iran … è di quello che parla Kapuscinski. E quello che è successo in Egitto è esattamente ed è soprattutto questo, il popolo ha smesso di avere paura. Per chi vive in un mondo dove l’autoritarismo, la dittatura, la censura e le prigioni sono all’ordine del giorno, questo è una svolta assolutamente straordinaria, radicale. E, secondo me, è una svolta irreversibile. Quello che connota questa Rivoluzione – che è stata chiamata “Primavera”, perché bisogna sempre applicare un’etichetta esotica a quel che succede nel mondo arabo – nel profondo è proprio questo superamento della paura. Il popolo ha sentito finalmente su di sé l’orgoglio di poter modificare, imporre e determinare il proprio destino e quindi se Abd al-Fattah al-Sisi, o chi per lui, dovesse eccedere nelle sue funzioni di potere, come aveva fatto Morsi durante un anno, è molto probabile che il popolo torni a riversarsi nelle piazze e che quindi questa Rivoluzione, che è stata chiamata anche “Autunno” quando ha cessato di essere primaverile, torni ad essere quello che era prima.

Nel suo libro lei, ad un certo punto, si domanda chi siano i buoni e chi i cattivi. Mette in salvo solo il popolo. Vuole spiegarci perchè?
In tutte le cose che hanno a che fare con la politica e con la storia contemporanea, ci sono due piani di lettura: la “Realpolitik”, da un lato, il piano antropologico e morale dall’altro.
La “Realpolitik” agisce, crea e determina la storia, fondata sugli interessi. E’ quindi inutile fare una distinzione fra buoni e cattivi, perché non c’è. In un certo senso sono tutti cattivi, sono tutti legati in qualche modo all’ambizione per il potere: lo sono i militari, lo sono i Fratelli musulmani, lo sono anche i laici nelle democrazie cosiddette europee e moderne. Per quanto riguarda il secondo piano di lettura, quello che io definirei appunto antropologico o morale, abbiamo assistito all’avvento di un protagonista, di un personaggio – come scrivo nel mio libro – che fino a quel momento era sempre stato in ombra e assente: il popolo. Ho potuto costatare direttamente che questo popolo è dotato di qualità e di valori umani straordinari e di una capacità organizzativa e democratica che va bene al di là della sua classe dirigente. Se noi potessimo, ma naturalmente è un’utopia, sperare che la storia sia determinata e orientata da quello che io chiamo, appunto, il “popolo egiziano” probabilmente oggi in Egitto ci troveremmo già in una situazione di affermata e compiuta democrazia, perché le risorse culturali, morali, intellettuali, sociali e politiche ci sono tutte. Quello che è venuto a mancare è l’organizzazione di questa amplissima fascia di laici, E quindi nel gioco è intervenuta la “Realpolitik”! E le aspirazioni, in un certo senso romantiche, di un popolo assolutamente integerrimo nella sua capacità di fondare una democrazia sono venute meno e sono subentrati gli interessi di casta, di classe e di potere, come è stato durante l’anno di governo di Morsi e come è attualmente nella politica dirigentista di Al-Sisi. Forse dovremmo chiederci chi è meno peggio. Io credo, e anche la stragrande maggioranza degli egiziano lo pensa, che per il destino di questo Paese il meno peggio siano attualmente i militari.

Dopo quello che è successo negli ultimi tempi, pensiamo ad esempio all’attentato al museo del Bardo in Tunisia o agli attacchi jihadisti nel Sinai, qual è oggi la situazione in Egitto? Da occidentale, può dire di sentirsi a volte in pericolo?
Se parliamo delle cellule jihadiste impazzite, questo pericolo è inarginabile. Pensare di poter fare un lavoro securitario per prevenire questi attentati, secondo me è nell’ordine della chimera; quindi Milano, Roma, il Vaticano, qualunque luogo italiano, europeo, occidentale, arabo o islamico è attualmente a rischio. Io direi che Il Cairo, essendo paradossalmente un po’ il nucleo del mondo arabo, è uno dei luoghi meno a rischio in assoluto perché c’è un governo forte con una sorveglianza di polizia molto intensa. Direi che l’Egitto è a rischio attentati come lo è, in questo momento, qualsiasi posto del mondo. Una bomba potrebbe esplodere, come è successo una settimana fa, di fronte a casa mia, ma anche nel posto più tranquillo in Europa.

Quali sono i suoi progetti futuri? Sta lavorando a qualcosa di nuovo?
In questo momento sto terminando un saggio sulle ragioni pregresse che stanno alla base dell’esplosione del fenomeno jihadista, e soprattutto sto cercando di mettere in chiaro quali siano le responsabilità occidentali. Sembra quasi, ascoltando i media occidentali, che queste cellule siano sorte dal nulla, che non abbiano un passato di rancori e di umiliazioni da far pagare sull’altare della storia, che abbiano un loro disegno completamente slegato dall’idea della rappresaglia e della vendetta. Sembra anche che l’Occidente debba assistere vittimisticamente a quello che accade, senza porsi nessun tipo di domanda su quanto invece ha compiuto in termini di occupazione, di colonialismo, di sfruttamento, di sostegno delle dittature, di aiuto e istigazione allo scontro interconfessionale, di balcanizzazione del Medio Oriente, di intervento abusivo in Iraq e in Afghanistan e altrove. Se non mettiamo sul tavolo della discussione tutta questa massa enorme di responsabilità, anche e soprattutto occidentali, si rischia di fare dell’Isis e degli jihadisti una macchietta e di non uscire dagli stereotipi giornalistici di questi fanatici di Dio, che per quanto fanatici lo siano realmente, hanno motivazioni secolari e molto sedimentate nella loro azione.

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