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FOTOGRAFIA/I giorni dell’ira di Paolo Pellegrin

Un disastro naturale o una tragedia come la guerra tendono a rientrare nella sfera dell’immaginazione perché non ne abbiamo esperienza concreta. Facciamo congetture e immaginiamo – appunto – che cosa voglia dire trovarsi di fronte a un muro d’acqua che divora la vita, alla terra che trema, ad esseri umani che uccidono. Ma nessun pensiero ci porterà mai a vivere le sensazioni di chi è effettivamente inserito in queste difficoltà: tiriamo un sospiro di sollievo e dimentichiamo, in fretta.
Poi arriva lui, Paolo Pellegrin, degno rappresentante della nuova generazione di fotogiornalisti, che con i suoi scatti ci mostra, una volta per tutte, cosa significhino guerra, prigionia, dolore e calamità naturali. Lo fa in una grande retrospettiva, di oltre 200 immagini, dal titolo Dies Iraes ospitata dalla Fondazione Forma per la Fotografia di Milano.

E’ una mostra-reportage, un racconto di quel “mondo offeso” in Kosovo come a Gaza, in Cambogia come ad Haiti di cui Pellegrin si fa testimone. Con la sua opera vuole riunire gli elementi di una memoria indispensabile, in stretto contatto con i drammi dell’attualità. E’ un umanista, un concerned photographer come lo definiscono gli americani, capace di comunicare le sue emozioni senza mai cadere nel pietismo.

Dies Iraes

Locandina mostra Dies Iraes Ph. Paolo Pellegrin
Locandina mostra Dies Iraes Ph. Paolo Pellegrin
Dies Iraes Ph. Paolo Pellegrin
Dies Iraes Ph. Paolo Pellegrin
Dies Iraes Ph. Paolo Pellegrin
Dies Iraes Ph. Paolo Pellegrin
Dies Iraes Ph. Paolo Pellegrin
Dies Iraes Ph. Paolo Pellegrin

Le sue fotografie ne sono l’esempio. Con l’utilizzo del grandangolo e del bianco e nero ci invita ad andare oltre l’immagine in sé per abbracciare un contesto più ampio. Sono immagini “sporche” e materiche, cupe, fortemente contrastate, dunque drammatiche nel senso più teatrale del termine.
Non solo, la predominanza del mosso e della sfocatura aiutano il fotografo ad evocare senza descrivere. Nel Darfur, in Kosovo, nei Territori occupati o in Indonesia dopo lo Tsunami c’è sempre qualcosa di sfocato, un significato difficile da cogliere. E Pellegrin, con grande umiltà, sente la necessità di comunicare e di far capire senza chiedere l’impossibile alla fotografia, che niente può dimostrare.

Info
Spazio Forma
Piazza Tito Lucrezio Caro, 1 Milano
02.5811.8067 – 02.8907.5419
dal 18 febbraio al 15 maggio 2011
tutti i giorni dalle 10 alle 20
giovedì e venerdì dalle 10 alle 22 (lunedì chiuso)

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