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Il progetto “Aisha” e il coraggio delle donne (musulmane)

CULTURE-PEOPLE

 

Sumaya Abdel Qader_640

Dopo l’attacco dell’Isis all’Europa e gli attentati del 22 marzo scorso a Bruxelles, abbiamo riletto l’articolo della giornalista saudita Nadine Al-Budair (che oggi vive in Qatar) scritto di recente per il quotidiano kuwaitiano Al-Rai: un chiaro invito rivolto al mondo musulmano a mettere in atto le riforme e ad esaminare se stesso invece di condannare l’Occidente. Nadine si chiede come avrebbero reagito i musulmani se fossero stati i cristiani a farsi saltare in aria in mezzo a loro. Sono molte le donne musulmane coraggiose come la giornalista saudita, che non accettano passivamente quello che viene loro imposto. Sumaya Abdel Qader è una di loro. E’ tra le promotrici del progetto AISHA, un’iniziativa che nasce in ambito delle attività di tipo sociale e culturale del CAIM, il Coordinamento delle Associazioni Islamiche di Milano, Monza e Brianza.
Operare sul tema della violenza e discriminazione contro le donne, in particolare quelle musulmane, è l’obiettivo di questo progetto. Sumaya Abdel Qader è una sociologa di origine palestinese, nata a Perugia, nel capoluogo lombardo, sposata con tre figli.

Il vostro progetto parte dalle moschee. Come intendete procedere? Gli Imam saranno in qualche modo istruiti per affrontare le diverse problematiche e, se sì, chi sarà a farlo?
Noi faremo corsi di formazione per i responsabili dei centri, per gli Imam e per le referenti donne che stiamo formando per ogni comunità. Questi corsi serviranno a far capire come si riconosce una violenza, quali procedure adottare quando una donna denuncia un abuso, se chiamare la polizia piuttosto che il centro antiviolenza. A tenere questi corsi saranno persone che lavorano nei centri antiviolenza, quindi psicologi, psicoterapeuti, ma anche le forze dell’ordine come la polizia. Questo per permettere sia l’individuazione di un reale problema, sia ciò che è necessario fare nei diversi casi: denuncia o mediazione familiare.

La violenza peggiore è quella che si consuma tra le mura domestiche, come pensate di conquistare la fiducia di chi la subisce?

Stiamo già facendo una campagna di sensibilizzazione e vorremmo aprire anche un punto di ascolto, dove le referenti di ogni comunità (pachistana, egiziana etc.) raccolgano le richieste di aiuto delle donne.

In questo progetto verranno coinvolti anche gli adolescenti. Come?
Tra le varie attività previste ci sono dei seminari per i giovani, specifici per ogni fascia di età. Si parlerà di educazione sessuale e all’affettività, di relazioni di coppia e quindi del rapporto uomo-donna.

Le famiglie come hanno risposto a questa iniziativa?
Abbiamo avuto reazioni diverse, come era prevedibile. Alcuni hanno accolto la cosa con entusiasmo, altri – devo dire la minoranza – hanno contestato ribadendo che l’insegnamento familiare era sufficiente.

E gli uomini della comunità, come hanno reagito? Vi hanno appoggiato o ostacolato?
Ci hanno sostenuto e si sono messi a disposizione per aiutarci nella campagna di informazione. Si sono attivati tutti – fratelli, amici e mariti – per portare avanti il progetto per noi e insieme a noi.

Nel Corano ci sono diverse sure che fanno riferimento al rapporto uomo-donna. Le più controverse e di cui si parla spesso sono quelle in cui i diritti dell’uomo prevalgono su quelli della donna. Vuole spiegarci le varie interpretazioni?
I livelli di interpretazione sono diversi. Uno è quello contestuale, cioè il contesto dove si è diffuso l’Islam: società patriarcali e maschiliste. Chi ha ricevuto il Corano e lo ha letto, lo ha fatto secondo i propri schemi. Quando nel Libro Sacro, ad esempio, c’è scritto “Fa-udrubuhunna” che viene tradotto erroneamente con “battetele” non si tiene in considerazione che in arabo quella parola ha venti significati tra cui anche “passeggiatele”. In relazione al proprio schema culturale si sceglie il significato che più fa comodo. L’interpretazione del Corano più diffusa è naturalmente quella maschilista.

Questo conferma, quindi, che esiste una tradizione e una lettura dell’Islam che impone una separazione tra uomini e donne. Come si può superare?
Dobbiamo innanzitutto partire distinguendo le varie realtà. Se parliamo dei musulmani che vivono in Italia, la prima cosa da fare è prendere coscienza che il problema esiste e che si chiama “discriminazione delle donne”. Una volta riconosciuto, come abbiamo fatto noi, bisogna sviluppare programmi e progetti per andare a intaccare e scalfire questi retaggi culturali e la cattiva interpretazione della religione.

Perché quando si parla di violenza sulle donne, dobbiamo fare sempre una distinzione tra donne musulmane e non?
Me lo chiedo anch’io, perché sono tutte sotto lo stesso cappello e capitolo. Io credo sia più facile e comodo non riconoscere i propri problemi e vederli nell’altro, puntare il dito e dire sono dei barbari e retrogradi. Noi vorremmo parlare del problema in maniera trasversale, perché non riguarda solo i musulmani, ma l’intera società.

Il 13 marzo scorso, si è svolta a Milano una “marcia in bicicletta” che ha visto protagoniste, ancora una volta, le donne musulmane con o senza velo. Qual è stato lo scopo della manifestazione?
Lo scopo principale è di farla rientrare nelle varie attività del progetto “Aisha”. Abbiamo, inoltre, voluto ricordare ai fedeli che il buon musulmano deve rispettare e curare l’ambiente e, infine, abbiamo toccato anche il tema, non trascurabile, della salute. Spesso le immigrate non fanno nessuna attività fisica e non curano se stesse. Abbiamo voluto ricordare loro che devono trovare il modo di ritagliare del tempo per la loro salute. Visto il successo ottenuto, abbiamo anche pensato di inserire nel progetto qualcosa che riguardi il benessere delle donne non solo mentale, ma anche fisico.

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