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Joumana Haddad. Con le donne, ma con uno sguardo critico

CULTURE-PEOPLE

Joumana HaddadJoumana Haddad è tante cose: scrittrice, poetessa, traduttrice e giornalista. E riesce a farle tutte bene. E’ anche responsabile della pagina culturale del quotidiano libanese An-Nahar e ha fondato la rivista Jasad (corpo).
Premio Blue Metropolis per la letteratura araba del 2010, ha pubblicato in Italia Adrenalina, Il ritorno di Lilith, Ho ucciso Shahrazad. L’abbiamo incontrata in occasione della presentazione del suo ultimo lavoro Superman è arabo, un libro su Dio, il matrimonio, il machismo e altre invenzioni disastrose.

Si è scritto tanto sui tuoi libri e abbiamo letto molte tue interviste. Ma le domande che ti rivolgono, riguardano spesso lo stesso argomento: ” la condizione della donna araba”. Io vorrei partire da qualcosa di più scomodo per noi italiani: il femminicidio. E, come sai, in questi giorni se n’è parlato molto.
Io credo che questo sia il segno di una cultura maschilista, dove l’uomo confonde l’amore con il possesso e dove ormai, purtroppo, la violenza è diventata l’affermazione della propria mascolinità e virilità. In questo c’è anche una grande responsabilità, non solo degli uomini, ma anche delle donne stesse. Spesso, prima di arrivare ad uccidere, questi uomini manifestano una loro tendenza aggressiva e violenta. Tante donne dicono: “ va bene, non importa, io lo amo comunque”, mentre dovrebbero avere il coraggio di capire che, quando l’amore non fa rima con il rispetto, è il momento di andare via.

Non credi che questo modo di trattare la donna sia dovuto al fatto che, in qualche modo, le sia privato il diritto ad essere padrona del proprio corpo (penso da una parte alla sovraesposizione in Occidente e alla eccessiva pudicizia in Oriente)?
Non credo che questo si possa dire per un Paese come l’Italia. Anche se c’è una strumentalizzazione, da tanti anni la donna italiana è comunque in possesso del suo corpo. Penso alla liberazione sessuale, alle battaglie femministe degli anni Settanta … Cose che da noi non ci sono state. Io credo che in Italia ci sia ora un fenomeno diverso: una certa paura da parte del “maschio” italiano della perdita di controllo, perché le donne diventano sempre più forti, più colte, più capaci, più ambiziose e quindi c’è una reazione sociale contro questa emancipazione individuale. Ecco perché adesso è sempre più presente questo sguardo patriarcale che cerca di trattare la donna solo come un corpo, come un pezzo di carne, invece di considerarla come un’entità fatta di corpo, ma anche di mente, eccetera. Per quel che riguarda le donne arabe, invece, non sono assolutamente padrone di loro stesse, basta pensare che in alcuni Paesi hanno l’obbligo di rimanere vergini sino al matrimonio.

Amina Tyler, l’attivista tunisina del movimento  Femen, ha però cercato in qualche modo di uscire dagli schemi. Cosa pensi di lei?
Io penso che Amina vada protetta e difesa, perché non credo che una donna che mostra il seno rappresenti un pericolo mortale per un Paese. Quindi io sono al cento per cento con lei. Ma, d’altro canto, non sono d’accordo con questa forma di protesta, perché la trovo controproducente, non solo nel mondo arabo, ma anche in Occidente. Utilizzare la nudità della donna, anche se una nudità perfetta, – tutte le femen sembrano modelle –  per protestare contro l’oppressione della donna ci fa girare nello stesso circolo vizioso dello sguardo patriarcale, di cui parlavo prima, che ci dice: “ se vuoi che io ti ascolti, mi devi mostrare la tua carne”. C’è un modo diverso per farlo, dove sta la vera dignità di ognuna di noi.

Nei tuoi libri la cosa che più colpisce è questo modo dissacratorio di trattare gli argomenti “tabù”. Come nasce in te la voglia di affrontarli e di scriverne? Quali sono i tuoi obiettivi? La scrittura è sufficiente a raggiungerli?
La scrittura non è sufficiente, ma è una parte del lavoro. Prima di guarire da una malattia, bisogna trovare il coraggio di dire che la malattia c’è, esiste. Uno scrittore non ha il dovere di combattere su tutti i fronti della battaglia – altri faranno altre cose -, ma ha la responsabilità di esprimere quel male, quello che non va, l’ingiustizia. Ed ecco perché mi sento sempre provocata e stimolata a parlare  di questi temi. Sono per me molto importanti, prima di tutto  a livello individuale, e poi sociale. La scrittura è un confronto con me stessa, per esplorare  i miei limiti. Mi sento continuamente incentivata ad affrontare dei temi che tanti mi dicono che non debbano essere discussi e nemmeno menzionati.

In Europa si parla tanto di quote rosa. Nel mondo arabo, invece, quali prospettive ci sono per le donne?
Non sono una grande fan delle quote rosa, perché la trovo una forma di discriminazione, anche se positiva. Ma ammetto che siano necessarie nei Paesi ( come i nostri) dove la donna non ha altri modi per entrare in modo efficace nella vita politica, economica e lavorativa.

Tu  parli molte lingue, questo ti aiuta a capire più culture e mondi diversi? La lingua può essere  un ostacolo alla conoscenza reciproca e al dialogo?
Le lingue che parlo, ovviamente, mi hanno dato molta ricchezza. La possibilità di comunicare con persone di tutto il mondo mi ha veramente dato un sostegno intellettuale ed emozionale enorme, di cui non potrei fare a meno.  Non penso, però, che possa essere un ostacolo, perché ci sono altre forme altrettanto efficaci di comunicazione basta solo avere la volontà di trovarle. Credo, comunque, moltissimo in questo dono di apprendere lingue diverse e, infatti, ho incoraggiato anche i miei figli a impararne tante. Ne parlano per il momento cinque, tra le quali anche l’italiano.

Come si vede Joumana e come vorrebbe che gli altri la vedessero?
Vorrei che gli altri mi vedessero con tutta la libertà possibile. Ognuno può vedermi a modo suo, non pongo limiti. Non sono una persona che si giudica basandosi sullo sguardo dell’altro. Mi sono liberata da tempo da questa catena. Anche quando lo sguardo è positivo, ti può incatenare. Vorrei, però, che mi vedessero soprattutto come un essere umano, è la cosa che più mi definisce. Un essere umano che appartiene a un mondo che non si considera limitato ad un Paese o ad una cultura o ad una religione. La mia scrittura, poi, parla di me, di come mi vedo, dei miei difetti e dei miei pregi. Leggendo i miei libri si scopre anche l’opinione che ho di me stessa.

Quali sono i tuoi progetti futuri?
Sto scrivendo il mio primo romanzo, di cui una parte sarà dedicata alla storia di mia nonna materna, che ha vissuto gli orrori del genocidio Armeno, morta suicida quando io avevo sette anni. Sto cercando di raccontare la sua esperienza, attraverso il racconto di quattro generazioni di donne: da lei a mia madre, a me, sino ad arrivare a una figlia che non ho avuto e avrei voluto avere. Il soggetto è molto delicato ed emozionale per me, quindi lo sto scrivendo lentamente e con attenzione.

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