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“La felicità araba” di Shady Hamadi

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La Rivoluzione siriana e le vicende di una famiglia raccontate nel libro di Shady Hamadi, scrittore, blogger e attivista per la causa siriana. Nella prefazione di Dario Fo leggiamo: “Questo libro ci dà una possibilità rara: poter diventare coscienti di ciò che accade in questo piccolo grande mondo“ . Abbiamo incontrato l’autore di La felicità araba al Festival di Internazionale a Ferrara.

Il tuo è un Paese dilaniato dalla guerra civile, ma forse ancora capace di risollevarsi. Per capire quello che succede oggi in Siria bisognerebbe conoscere la storia di questo Paese e tante importanti sfumature. Riusciresti, per quanto sia possibile, a riassumere le fasi più importanti di questo conflitto e le ragioni e tempistiche di questa Rivoluzione, così diversa da quella egiziana, tunisina e libica.
Dal 1970 la Siria vive sotto una dittatura totalitaria a partito unico. Con un colpo di Stato, Hafiz al-Assad, padre dell’attuale presidente, instaura un’autocrazia e lo stesso partito Baas (o Baath) – dal quale arrivava Assad – è esautorato dai poteri e viene costruito, quindi, uno stato di polizia: centinaia di migliaia di delatori, quattordici servizi segreti e un apparato di spionaggio interno. E’ normale che si sia creata una cultura della paura e dell’autocensura. Nel 2000, muore Hafiz al-Assad. Gli succede il figlio Bashar al-Assad, che all’epoca aveva trentacinque anni. Non c’è cosa peggiore che l’essere traditi proprio da colui che ti dà speranza. Infatti, Bashar al-Assad era visto come un possibile riformatore e, invece, nulla è cambiato. Anzi, la ferocia e la repressione del regime è aumentata. Proprio con la salita al potere del nuovo presidente, ha inizio, nel 2001, la cosiddetta “Primavera di Damasco”, quando intellettuali di diverse confessioni religiose andarono a chiedere a Bashar al-Assad di dare più libertà, cambiare e fermare gli arresti arbitrari, la censura. Furono tutti buttati in prigione. Nel 2005 chi uscì dal carcere scrisse la dichiarazione di Damasco, dove rinnovarono le loro richieste di libertà della società e di più diritti umanitari, costantemente violati in Siria. Ma, anche questa volta, non vennero ascoltati. La cosa da chiedersi è: per quanto tempo la popolazione siriana ha avuto pazienza e ha sperato in un cambiamento? Nel 2011, sull’onda delle altre “Primavere arabe”, c’è chi scende in piazza e sceglie di manifestare pacificamente per quasi un anno, consapevole che andrà a pagare un prezzo altissimo, perché Assad non è solo; è aiutato dalla Russia, dall’Iran, dalla Cina e dagli Hezbollah (partito di Dio) libanesi.  Dopo un anno di repressione,  dal 2011 al 2012, alcuni gruppi scelgono di armarsi, consapevoli che la strada delle armi porta sempre ad un buco nero, cioè la caduta libera verso l’inferno che stanno vivendo oggi. Il vuoto creato dal regime, a forza di usare missili scud per i bombardamenti, e supportato dall’inesistenza di un’azione internazionale, ha fatto sì che attecchisse un fenomeno nuovo, quello del fondamentalismo religioso. La Siria, quindi, oggi è dilaniata anche da uno scontro confessionale.

In Siria è dunque in atto anche uno scontro religioso, “sponsorizzato” da alcuni Paesi che appoggiano Bashar al-Assad e scatenato dal regime, che vuole destabilizzare e dividere i dissidenti. Vuoi raccontarci come ciò sia potuto accadere?
Queste società non hanno mai affrontato un percorso verso la laicità dello Stato e di secolarismo, come è accaduto in Occidente. La Siria, comunque, ha vissuto per secoli in armonia religiosa, grazie ad un Islam plurale, capace di dialogare e di vivere un rapporto interreligioso. La dirigenza dell’esercito siriano è in mano, per la maggior parte, alle minoranze alawite e cristiane. Vedendo quello che è accaduto in Iraq o durante la guerra civile libanese, i siriani delle minoranze hanno pensato che l’unico che potesse garantire l’armonia tra le diverse confessioni era proprio il regime. Lo stesso regime era conscio anche che l’Occidente guarda ancora il mondo arabo con gli occhi dell’islamofobia creatasi dopo l’11 settembre. Per supportare questa paura, i militari hanno iniziato a far sequestrare le ragazze sunnite, a farle stuprare e poi a far ricadere la colpa sui cristiani, e viceversa, così da spaccare il tessuto sociale e creare un clima di diffidenza reciproca.

Quali sono gli attori principali della Rivoluzione (o guerra civile) in Siria e chi “comanda” adesso?
Il Palazzo del potere siriano è strutturato. E’ un sistema di potere clanico, nel senso che ci sono delle famiglie vicine a quella degli Assad che gestiscono il potere economico, militare e politico. Il governo, invece, è soltanto una facciata esterna che conta poco. Insieme al regime siriano chiaramente ci sono l’Iran, gli Hezbollah – i quali hanno dato una mano concreta nella repressione -, la Russia e la Cina, che vedono la Siria come un’area strategica. Sulla pelle dei siriani e sui giovani siriani che hanno voluto la rivoluzione si giocano, dunque, tante guerre per l’egemonia e l’influenza geopolitica. Ma gli ideali della “Rivoluzione” per l’uguaglianza e per la libertà non interessano a nessuno, altrimenti la Rivoluzione siriana avrebbe già vinto. L’esercito libero siriano ora è combattuto, come dicevo prima, non solo dai militari del regime, ma pure da fondamentalisti che arrivano anche da fuori, con una loro agenda che è esogena alle richieste della Rivoluzione. Quindi, non supportare i democratici significa consegnare la Siria ad uno scontro lungo e doloroso.

shady-hamadi_640Nella presentazione del tuo libro al Festival Internazionale di Ferrara dicevi che se non ci sarà pace e democrazia in Siria, l’area Mediorientale sarà sempre più instabile. Vuoi spiegare ai nostri lettori il perché? Io sono convinto di questo. Anche Samir Kassir, grande intellettuale libanese assassinato a Beirut con un’autobomba, diceva che soltanto con una Siria democratica si può avere un Libano libero. La Siria è il cuore pulsante del Medio Oriente. Sono sicuro che se ci sarà democrazia … Anche l’Iran degli Ayatollah cambierà, perché il popolo iraniano, incoraggiato da ciò che sta accadendo, pretenderà delle riforme. Anche il destino dell’Iraq è legato a quello siriano. Questo Paese è stato preda delle strategie sia dell’Iran sia della Siria. Infatti, dopo la caduta di Saddam Hussein sono stati i primi ad usare l’arma del fondamentalismo. Una Siria democratica, conviviale e libera, come è stata per millenni, non fa comodo a nessuno. Gli stessi Paesi del Golfo hanno paura di questo, perché, come dire, risveglierebbe gli animi dei Sauditi.
Vorrei fare io una domanda ai lettori: a chi fa comodo una Siria democratica?

Chi trae, quindi, vantaggio dal conflitto siriano?
L’indecisione della società occidentale rispecchia secondo me una non lungimiranza verso i Paesi arabi. Si preferisce, cioè, mantenere o lo status quo o un’area instabile, piuttosto che creare Stati democratici. D’altra parte è indubbio che l’Iran abbia prestato migliaia di dollari al regime siriano e abbia inviato migliaia di pasdaran in Siria a combattere a fianco dell’esercito regolare; dunque una caduta di Assad gli farebbe perdere ingenti capitali. La Russia ci guadagna a livello mediatico: dopo la strage del 21 agosto scorso, quando sono state usate le armi chimiche, la non fermezza degli Stati Uniti ha permesso a Putin di guadagnare terreno facendosi bandiera per la pace.

Cosa potrebbero fare di più i media italiani e stranieri per aiutare la popolazione?
Raccontare chiaramente le cose! Credo che l’intervista fatta a Bashar al-Assad da una televisione italiana (Monica Maggioni – RaiNews24 ndr) abbia danneggiato enormemente la Rivoluzione, perché prima di tutto questo vuol dire non riconoscere quello che accade e tendere a semplificare. Da una parte i fondamentalisti, dall’altra il regime. E non è così, perché nel mezzo c’è tutta quella società democratica di cui abbiamo già parlato. Inoltre, cosa della massima importanza sarebbe cominciare a dare un nome alle vittime siriane. I profughi che arrivano sulle nostre coste ne sono i testimoni. Oggi sono diventati una priorità, perché sono morti davanti ai nostri occhi. Ma se queste persone fossero morte in Siria o in Eritrea, nessuno ci avrebbe fatto caso. Quindi incominciamo a trattare i morti nello stesso modo e non morti di serie A e serie B. Dobbiamo capire, e questo devono farlo soprattutto i media, che il Mediterraneo va raccontato. E iniziamo dalla Siria.

Quali sono i canali per dare un aiuto concreto alla popolazione?
Le associazioni che inviano aiuti umanitari, medicinali, vestiti e cibo in scatola sono tante. Ci si può rivolgere a loro. La stessa Caritas ha dei progetti che sta portando avanti. Donare queste cose è già importante.  Oltre a questo è necessario essere consapevoli: i siriani da tre anni lo hanno chiesto a gran voce: “non dimenticateci, noi vogliamo la vostra solidarietà”. Noi ci indigniamo e protestiamo solo quando la guerra la fanno gli americani, ma quando c’è un dittatore che uccide la sua popolazione nessuno si veglia? Trovo ipocrita fare i digiuni, le manifestazioni per la pace contro il possibile intervento degli americani in Siria, e scordarsi che è sotto bombardamento ormai da 930 giorni. Dove sono stati fino ad ora i pacifisti?

La-felicita-araba.-Storia-della-mia-famiglia-e-della-rivoluzione-siriana_h_partbL’infelicità araba”, il libro di Samir Kassir che in qualche modo ha ispirato il tuo, “La felicità araba” appunto, racconta del patologico vittimismo arabo. Qual è stata la tua ricetta per ribaltare questa visione?
E’ stato riconoscere che il fatalismo o vittimismo arabo è finito quando i siriani – piuttosto che i tunisini o gli egiziani – hanno detto basta e sono scesi in piazza a protestare, ribadendo così di rifiutare l’ottica fatalista, diventando attori del proprio destino e protagonisti della loro vita. Quindi aiutarli nella loro protesta e nel loro diritto ad elezioni democratiche vuol dire fare fiorire il seme della libertà. Prendo ad esempio l’Egitto: non è mai un bene quando viene fatto un golpe militare, anche se è contro i Fratelli Musulmani (contestati dai loro stessi elettori che si erano resi conto della loro incapacità di riformare il Paese). Soltanto con una dialettica interna si hanno società consapevoli che vanno verso la strada della democrazia. Gli arabi non hanno mai vissuto un’esperienza tout court democratica, perché prima c’erano le colonie, poi i totalitarismi. Oggi la devono vivere e noi dobbiamo aiutarli in questo percorso.

La felicità araba” racconta la Siria attraverso la storia di tre generazioni della tua famiglia e diventa un po’ il manifesto della Rivoluzione araba. Secondo te questo sconvolgimento, che ha investito tutto il mondo arabo, ha fallito?
Non ha fallito, è tutto in divenire… è una partita che si sta ancora giocando. Quando sento i grandi esperti italiani del mondo arabo – che tra l’altro in molti casi non sanno neanche la lingua e non capisco come facciano a parlare di un popolo di cui non comprendono neanche l’idioma, figuriamoci la cultura – che pensano che le Rivoluzioni possano portare a cambiamenti sociali nel giro di un giorno, dico: non è così.  Proprio queste convinzioni hanno fatto sì che ci sia un dire comune: “visto che Assad è laico e ha mantenuto lo status quo, teniamocelo – anche se ha ucciso oltre 100mila persone -, così non succederà quello che abbiamo visto in Egitto e cioè l’ascesa al potere di partiti di impronta religiosa “. Ma la laicità è frutto di un percorso che durerà decenni, e noi dobbiamo dare il tempo a questi popoli di compiere il loro cammino, di emanciparsi e diventare protagonisti della loro storia. Non possiamo pensare che dall’oggi al domani si avranno delle società completamente laiche e democratiche.

Tu hai spesso occasione di incontrare i giovani siriani. Puoi parlarci di loro, di come vivono, di cosa sognano … riesci a fare una previsione sul loro destino?
Ti parlo primo tra tutti di Abo Emad che sta ad Homs. Alla mia domanda:  “Nei momenti più bui, quando venivi torturato, ti sei mai chiesto, dov’è Dio?” lui mi rispose: “No. Mi sono chiesto piuttosto dove sono i sette miliardi di persone che sanno quello che accade e non fanno niente per noi. Nessuno ci viene a salvare. Io sono condannato a rimanere in Siria perché il mio passaporto è siriano, ma questo non vuol dire che io debba essere complice del regime”. La mia sensazione è che questi giovani che hanno fatto la Rivoluzione saranno i soli a poter conciliare la Siria e noi dobbiamo aiutarli a sopravvivere.

Cosa pensi di ciò che sta accadendo a Lampedusa e del dibattito in corso in Italia sulla Bossi-Fini e l’accoglienza di profughi?
Ho sentito dire all’Onorevole Formigoni che i profughi non arrivano da noi grazie alla Bossi-Fini. Vorrei rispondergli che i siriani non sanno neppure cosa sia questa legge e continueranno a partire ignari e desiderosi di lasciare un Paese diventato ormai per loro invivibile. Niente potrà fermarli. Per i nostri politici è un problema accogliere diecimila profughi siriani. Pensino allora alla Tunisia, che, quando c’era la guerra in Libia, ha accolto mezzo milioni di libici. O il Libano, che ha accolto un milione di siriani e non ha le risorse che abbiamo noi. Su che ipocrisia è basata la nostra società? Secondo me l’Unione europea dovrebbe aprire in ogni Stato una quota di accoglienza per queste persone che fuggono dalla guerra. Questo potrebbe essere uno strumento adeguato.

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