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La “Gerusalemme senza Dio” di Paola Caridi

CULTURE-PEOPLEPaola CaridiGerusalemme è una città dilaniata da millenni di guerre. Una città “crudele”, come ce la descrive Paola Caridi, giornalista e storica che in questa città ha vissuto per dieci anni. Dieci anni passati ad osservarla con un occhio sensibile e attento. Un luogo fatto di muri, di idee e di pietra – quella bianca di Hebron, che copre il cemento – costellato di posti di blocco, denso di segni e memorie antiche. Nel suo libro Gerusalemme senza Dio, l’autrice ci rivela le sfumature di un “laboratorio”, in cui vita e politica si scontrano continuamente. Ma in questo luogo sopravvive anche la speranza, quella di tornare ad essere una città per gli uomini e le donne che lì abitano.
Abbiamo incontrato Paola Caridi a Milano, in occasione della presentazione del suo libro all’Istituto per gli studi di politica internazionale (Ispi).

Se pensa a Gerusalemme, qual è la prima immagine che le viene in mente?
La prima cosa che mi viene in mente non è un’immagine, ma un suono. E cioè la chiamata musulmana alla preghiera dell’alba “Al-Fajr”, che si congiunge con i colori di questa città, estremamente particolari: prima un rosso fuoco e dopo un bianco accecante. Poi Gerusalemme ridiventa quello che anche chi l’ha vissuta solo come pellegrino conosce. Ma quello è un momento raro. Altra immagine impressa nella mia mente è il tramonto su Gerusalemme; i colori sono completamente diversi: c’è il rosa delle montagne della Giordania dopo la depressione del Mar Morto e l’azzurro del cielo, che ho trovato solo lì.

In una sua intervista che ha rilasciato all’ultimo Festival della Letteratura di Mantova, lei dice che lo sguardo di una donna su questa città è diverso da quello di un uomo. Perché?
Perché vi è uno sguardo naturale e quotidiano, che è quello di una madre, nel mio caso. Gerusalemme riacquista una fisicità, e anche una prosaicità, che facilmente viene dimenticata, perché essa è spesso – anzi quasi sempre – mito, percezione, immaginario, la propria storia personale e religiosa che in questa città prova a trovare una conferma. Lo sguardo di una madre, invece, è uno sguardo che si confronta con le necessità quotidiane e, soprattutto, con il rapporto con i propri figli, che vuol dire rispetto per il prossimo, attenzione alla loro crescita, alle loro parole e al loro sguardo. Credo che questo sia, appunto, una visione un po’ diversa della città; perché Gerusalemme è una città e spesso ce ne dimentichiamo.

Gerusalemme la descrive come “madre”, ma anche “matrigna”. Vuole spiegarci meglio.
Io la descrivo come una città in cui ho trovato anche crudeltà. Qui i sentimenti dell’uomo sono molto fermi, chiari, netti ed estremi. E, tra questi, c’è sicuramente la crudeltà di comportamento tra esseri umani, cioè tra persone che non si riconoscono più come tali, ma si de-umanizzano. Credo che questo sia una parte della crudeltà di Gerusalemme. L’altra parte è che “una città – come scriveva in un passo memorabile il Cardinal Martini – è una rete di relazioni” e, essendo il Paradiso definito una “Gerusalemme celeste”, va da sé che non si parla di un giardino, ma anche qui di una rete di relazioni. L’archetipo di questa “Gerusalemme celeste” – e quindi la città di Gerusalemme – non ha più questa rete di relazioni e non ha una piazza condivisa, ma diverse piazze monotematiche divise per religioni ed etnie. Non essendoci, quindi, un’Agorà questo naturalmente fa sì che la sua crudeltà cresca maggiormente, e il suo aspetto di accoglienza – e quindi di madre per antonomasia – non ci sia quasi più.

Quali sono i ricordi più dolorosi e quelli più belli che la legano a questa città?
E’ difficile elencare i miei ricordi più dolorosi. Li sento ancora come delle punture di spillo: sono sguardi, sono le umiliazioni che ho visto negli altri, sono dei dettagli nella vita della città e quindi cercarne o trovarne uno in particolare sarebbe, secondo me, dare una descrizione parziale di tutto quell’insieme di dettagli che hanno rappresentato il dolore di Gerusalemme, che io visto e che, ovviamente, mi ha colpito profondamente. Anche trovare un bel ricordo mi è difficile. Quando dicevo che Gerusalemme mostra sentimenti estremi, intendevo che si possono trovare il massimo dell’umiliazione e il massimo della solidarietà. E non è detto che debba essere concentrata in un gesto, basta davvero uno sguardo…

I problemi di mobilità in Palestina sono noti. E’ forse anche questo uno dei motivi che rallenta il processo di avvicinamento tra i due popoli che abitano Gerusalemme?
Prima di tutto bisogna definire le responsabilità. La mobilità a Gerusalemme viene rallentata – se non impedita – dalle autorità israeliane, che hanno gestito e gestiscono l’ingresso e l’uscita nella e dalla città, ridiventata una fortezza, come prima del 1873 era la città vecchia racchiusa dentro le mura. Ora ci sono altre mura e altri muri attorno a Gerusalemme. Sono i check-point, i reticolati, una barriera di cemento alta nove metri verso Ramallah e Betlemme e questo, naturalmente, impedisce di vivere liberamente la città, e non solo fisicamente.

Slider_gerusalemme-senza-dio-440x240Lei conosce molto bene anche l’Egitto. In che modo ciò che succede dall’altra parte del Mar Rosso influisce sulla vita politica e sociale di Gerusalemme e quindi di Israele e Palestina?
L’influenza, secondo me, è pari a quella che ha sull’intera regione, nel senso che l’Egitto è sempre stato sia un modello da seguire, sia anche un laboratorio che ha sperimentato cose sperimentate poi negli altri Paesi. E’ anche la chiave della serratura da cui si comprende un po’ tutto il mondo arabo. Certo che l’Egitto ha influito su Gerusalemme, su Israele, sulla Palestina quando c’è stata “Piazza Tahrir”, cioè questo momento epico ed eroico che è la Rivoluzione egiziana. Ha influito tanto da avere uno specchio in Boulevard Rothschild a Tel-Aviv, quando anche gli israeliani chiedevano più diritti sociali e uno degli slogan portati in piazza era appunto “Tahrir non è solo al Cairo, è anche a Tel-Aviv”. E’ stato come essere risvegliati da un lungo sonno. Hanno compreso che i loro vicini arabi non sono immobili. Talvolta, veramente, dall’altra parte del Mar Rosso hic sunt leones (qui ci sono i leoni) … perché c’è un voluto e totale isolamento degli israeliani. Dall’altra parte c’è un mondo che spesso non conoscono, o che non conoscono più. Per i palestinesi ha significato anche un’influenza politica diversa a seconda dei periodi post-rivoluzione del 25 gennaio. Da una parte vi è stata un’influenza a favore di Hamas, quando i Fratelli Musulmani sono arrivati al potere al Cairo, dall’altra – quando questi sono stati destituiti da quello che io definisco un “ golpe militare” – è stata Fatah ad avere più sostegno da parte del governo del Cairo, mentre Hamas subiva, e subisce soprattutto in questi ultimi mesi, la pressione su Gaza. Pensiamo al confine di Rafah chiuso e ai tunnel distrutti dall’autorità egiziana.

Lei si augura che Gerusalemme resti “una” e condivisa da tutte le identità che la popolano. Ma per arrivare alla “pace”, qualcuno dovrà fare un passo indietro. Ci sarà mai “pace” a Gerusalemme?
La pace, secondo me, c’è dappertutto, nel senso che le guerre finiscono. Il problema è quale tipo di pace ci sarà a Gerusalemme, se si potrà veramente chiamarla tale, e, soprattutto, se sarà una pace giusta o sarà la pace del più forte del momento. Quella che io chiamo “pace giusta” potrebbe sembrare una speranza utopica o ingenua, ma non credo che sia così, perché se ha fallito il pragmatismo, pensiamo ad Oslo, ci sarà qualche ragione.

Quali sono le prospettive per gli abitanti di Gerusalemme e per i giovani in particolare?
Prospettive, per adesso, direi poche. I giovani hanno una maniera diversa di vedere il mondo. Sono persone che vivono in mezzo ad un conflitto. Pensiamo ad una soldatessa israeliana di vent’anni, che chiede i documenti ad un ragazzo palestinese di diciotto. Il confronto è proprio fra i giovani, ma questo non vuol dire che le loro aspettative siano diverse da quelle dei ragazzi di qualsiasi città del mondo, cioè che desiderino un futuro, se possibile dignitoso, un buon lavoro, divertirsi, ascoltare buona musica, sperimentare, e, perché no, innamorarsi. Non dobbiamo dimenticare questo aspetto. Bisogna guardare nella piega della loro umanità, altrimenti si rischia, come dicevo prima, di alimentare il processo di de-umanizzazione di questi popoli. Anche perché Gerusalemme è una città giovane, piena di bambini e di ragazzi.

Qual è “la speranza” di cui parla nel suo libro e perché ha scelto questo titolo?
La speranza è quella di una “Gerusalemme una e condivisa”, è quella di una città con piazze, è quella di abitanti che non si sfiorino senza guardarsi.
“Gerusalemme senza Dio”, perché un luogo che viene descritto come la “Città Santa” vede le religioni usate come un alibi politico e come un terribile strumento per giustificare quello che accade ed è sotto gli occhi di tutti.

 

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