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Le donne nei media arabi. Intervista a Renata Pepicelli

CULTURE-PEOPLEPiazza Tahrir, Il Cairo, Egitto. Ph. Silvia DoglianiDopo le rivolte arabe, le donne sono tornate ad essere oggetto degli osservatori internazionali che le hanno considerate simbolo della condizione femminile in Nord Africa. Ne parliamo con Renata Pepicelli, ricercatrice all’Università di Bologna ed esperta di mondo islamico, che ha appena pubblicato il libro Le donne nei media arabi (foto di Silvia Dogliani).

Nell’introduzione del libro, da lei curato, scrive che bisogna andare oltre la visione orientalista della donna araba, cioè da ciò che spesso ci viene presentato dai media. Come si può evitare la tentazione riduzionistica?
La cosa più logica sarebbe andare alla fonte diretta. Per chi non può farlo, ci sono molteplici possibilità per uscire dallo stereotipo, ad esempio ascoltare qui in Italia e in Europa la voce delle donne arabe e conoscere le loro reali condizioni direttamente da loro. Un altro approccio potrebbe essere leggere i molti libri scritti da donne arabe pubblicati in Italia. Si può, inoltre, affidarsi ad una serie di studi sulla questione della donna nel mondo arabo, che tentano appunto di decostruire l’immaginario orientalista.

La donna velata e sottomessa o la donna che si muove con disinvoltura nello “spazio pubblico”. Cosa fa più notizia oggi?
Sicuramente la donna velata, perché è l’immagine che normalmente i giornalisti cercano per descrivere la notizia sul mondo arabo. E’ anche vero che tantissime donne, sempre di più, si velano, molte delle quali oggi vivono in Europa. Ma non sono la totalità. La scelta di quest’immagine è comunque preferita perché si rappresenta così il diverso da noi, e quindi anche una sorta di inconciliabilità con quelli che sono i nostri valori culturali e i nostri canoni estetici. Ciò molto spesso viene fatto senza concedere a queste donne di dar anche una voce all’immagine, strumentalizzandola e basta.

Come sappiamo le Rivoluzioni in Nord Africa hanno portato uno sconvolgimento sociale nella regione e una maggiore libertà di espressione e visibilità alle donne – grazie anche ai social network. Le protagoniste di queste Rivoluzioni sono riuscite alla fine ad ottenere un reale miglioramento della propria condizione?
Se guardiamo alla Tunisia, all’Egitto o allo Yemen, la situazione cambia da Paese a Paese. In Tunisia, ad esempio, le donne, dopo la Rivoluzione, sono riuscite a fare un percorso significativo nella difesa, nel rafforzamento dei propri diritti: dalla possibilità di essere nelle liste elettorali rappresentate al 50% come gli uomini – con il principio dell’alternanza -, alla loro presenza in Parlamento per circa il 27%; inoltre, sono riuscite anche a difendere il principio dell’uguaglianza tra uomo e donna contro la proposta di alcuni partiti islamisti di mettere nella nuova Costituzione il principio della complementarità.

Le figure femminili che abbiamo visto protagoniste delle Rivoluzioni sono capaci oggi di far ascoltare la propria voce e dare un loro contributo alla vita politica dei propri Paesi?
Come dicevo prima, ogni Paese è diverso dall’altro. In Tunisia le donne sono riuscite a costruire un percorso di continuità con le lotte degli anni precedenti di difesa e salvaguardia dei loro diritti. In Egitto, invece, molte delle premesse e/o promesse della Rivoluzione sono state tradite nel corso di questi anni. Le donne sono spesso oggetto di violenza nelle strade e nelle piazze da parte delle forze militari e paramilitari, picchiate, sottoposte al test di verginità all’interno dei commissariati, escluse in larga misura dal primo Parlamento post Mubarak. Paradossalmente c’erano più donne nel parlamento sotto il regime che non con le prime elezioni dopo la Rivoluzione. Sicuramente il fatto che fossero in Parlamento non era indice di libertà, di democrazia o di uguaglianza. Nei regimi la questione femminile veniva spesso strumentalizzata. Ben Ali, ad esempio, si faceva vanto che nel suo Paese le donne godessero di maggiori diritti rispetto agli altri Paesi arabi, proprio per dimostrare di essere il partner ideale per l’Occidente. Le Rivoluzioni ci hanno dimostrato, però, che questo non corrispondeva esattamente al vero: le donne avevano delle leggi che le tutelavano maggiormente rispetto a quelle degli altri Paesi arabi, tuttavia erano imbavagliate, non potevano esprimersi liberamente, né fare opposizione politica. In ultima analisi vorrei evidenziare che non sempre una rappresentanza politica significa una maggior libertà femminile.

Slider_donne Tahrir_440x240_Ph.SDQuali sono i pericoli a cui vanno incontro quando operano nello spazio pubblico?
Si espongono ad una doppia violenza: quella della repressione dei sistemi o regimi, che non accettano l’affermazione della libertà di espressione e manifestazione dei propri diritti, e quella di genere. in Egitto questo lo abbiamo visto in maniera particolarmente forte e crudele già all’indomani della caduta di Mubarak. Non dimentichiamo il 9 marzo del 2011, quando un gruppo di donne che manifestavano in piazza Tahrir sono state prelevate e portate in un commissariato, dove sono state sottoposte al test di verginità: una forma di violenza per dissuaderle dallo scendere in piazza. Moltissime attiviste, poi, sono state molestate o addirittura stuprate. Anche alcune giornaliste sono state oggetto di violenze.

Nel suo libro si parla proprio di una campagna nata contro la violenza di genere. Ce ne può parlare?
Di fronte alla diffusione e alla gravità del problema, donne e uomini si sono organizzati per denunciare questa violenza, rendendola socialmente inaccettabile, e per difendere le donne attraverso anche delle sorte di servizi d’ordine durante le manifestazioni. Queste organizzazioni operavano già prima della Rivoluzione, ma dal 2011 il problema si è acuito. La violenza di genere è diventata uno strumento politico per cercare di escludere le donne dalla vita politica e quindi impedire loro di esprimersi liberamente.

Nel saggio “Le giornaliste televisive in Tunisia: la trasformazione di uno scenario” si parla delle difficoltà incontrate da una donna che vuole fare la giornalista. Quali sono e come superarle?
L’autrice Leila El Houssi ci mette in guardia su quelli che sono i principali problemi, anche laddove le donne hanno una partecipazione quasi paritaria con gli uomini all’interno dei mass media. Quello che mette in evidenza è che anche se la donna partecipa alle redazioni le sono precluse tutta una serie di mansioni, ad esempio difficilmente sono “inviate”. Anche qui troviamo quindi un uso strumentale dell’immagine femminile all’interno degli schermi che non corrisponde poi ad una effettiva parità nei compiti, nei ruoli e nelle dirigenze. Nel libro abbiamo cercato di rendere un’immagine assolutamente plurale delle donne arabe e musulmane, che mette in discussione la rappresentazione monolitica che se ne vuole, invece, dare.

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