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LIBRI/ Il “Riscatto mediterraneo” di Gianluca Solera

CULTURE-PEOPLERiscatto Mediterraneo_640Dopo la “Primavera araba” tutto è cambiato. Nel suo ultimo libro, Riscatto mediterraneo – presentato recentemente al Cairo, alla Mashrabia Gallery of Contemporary Art e all’Arci Corvetto di Milano – Gianluca Solera ci mostra come questa parte del mondo sia diventata il fulcro del cambiamento, il luogo dove si sperimenta un nuovo progetto di civilizzazione. Il libro è un invito a sperare che il futuro immaginato nelle piazze delle città del Mediterraneo sia l’inizio di un percorso politico, sociale e culturale comune. Abbiamo parlato con l’autore a Milano, appena tornato dall’Egitto.

Lei si occupa da molto tempo di interculturalità. Parlando di “dialogo” e di culture, cosa ci attende nei prossimi anni?
E’ una domanda complessa. Io non credo che esista il dialogo tra le culture, e lo dice uno che si è occupato di questo per più di dieci anni. Ma esiste il dialogo tra le persone, perché le persone hanno identità complesse e articolate, soprattutto nel Mediterraneo. Il concetto del dialogo tra le culture è piuttosto un concetto politico, che è stato utilizzato e manipolato nel corso degli ultimi anni, in particolare dopo la stagione dei grandi attentati terroristici di matrice alqaedista, nel primo decennio di questo millennio. La storia stessa della Fondazione Anna Lindh [Gianluca Solera è anche coordinatore delle reti della Fondazione Anna Lindh per il dialogo tra le culture – NdR] dimostra quanto ambiguo sia questo concetto della politica del dialogo tra le culture, in reazione allo scontro tra le civiltà. Proprio nella differenza tra le culture si identifica il problema della coesistenza o della pacifica relazione tra comunità di matrice culturale o religiosa diversa: siamo cristiani o musulmani, occidentali o levantini, fondamentalisti o laici secolari. Questo io credo sia un elemento che non corrisponda a verità. E la stagione delle battaglie sociali e delle rivoluzioni degli ultimi tre anni dimostra che, in realtà, il fattore che genera i conflitti nella regione non è quello delle differenze identitarie o religiose, ma nel differente accesso ai diritti. La questione della politica del dialogo interculturale è stata utilizzata sovente dai regimi precedenti, soprattutto nei Paesi arabi, per distogliere l’attenzione da questo. Ha sostituito, invece, una riflessione e una politica di fondo sull’accesso ai diritti, sulla giustizia sociale, sulla ripartizione delle risorse e sulla libertà civile. Bisogna fondare una nuova politica sulla partecipazione cittadina e sulla cooperazione tra cittadini di identità o biografie o culture o storie diverse, ma attorno ad una comune lotta per i diritti civili.

Lei ha partecipato all’iniziativa “Boats 4people”, che FocusMéditerranée ha seguito. Rispetto a due anni fa, cosa è cambiato per le persone che arrivano sulle nostre coste?
Boats 4people è un progetto del 2012. Da allora le cose non sono molto cambiate. Forse è cambiato il passaporto di origine di quelli che attraversano il mare (in questo momento sono soprattutto siriani), però la dinamica è la stessa. La questione dei visti è simbolica. Quello che dico nel libro è che i cittadini del Mediterraneo si devono unire insieme per combattere le ingiustizie, per avere più diritti civili, perché le risorse siano distribuite in modo equo, perché vi siano più opportunità per tutti e non vi siano diseguaglianze. Questo deve avvenire attraverso una crescita, una maturazione dei diversi segmenti delle società civili del Mediterraneo, affinché possano avere una visione politica dal basso, che sia regionale e quindi transnazionale. Uno dei temi che si deve affrontare da una prospettiva cittadina è proprio quello della libera circolazione delle persone, e quindi tutte le dinamiche dei flussi migratori. I governi hanno troppi interessi e troppi calcoli di carattere interno e non si smuoveranno dalle loro posizioni. Come dicevo, quella dei visti è una questione simbolica, nel senso che, se vogliamo rovesciare la prospettiva e fare in modo che il Mediterraneo non sia la periferia –  perché ora il Mare Nostrum è la periferia: se abbiamo delle cacciatorpediniere ai limiti delle nostre acque territoriali è perché consideriamo che quella sia la fine del mondo, le nostre Colonne d’Ercole –, dobbiamo ripensare la nostra presenza, la nostra identità e la nostra storia dal Mediterraneo, al centro e non alla periferia dell’Europa. Per questo dico che la politica dei visti deve essere rivista: la libera circolazione è uno degli elementi fondamentali per costruire un processo di integrazione.

 A proposito dei visti, lei ha lanciato una provocazione: “abolire i visti tra i Paesi del Mediterraneo”…
L’idea di abolire i visti tra i Paesi del Mediterraneo si basa proprio sull’integrazione mediterranea ed è effettivamente un’idea provocatoria. Organizzare, ad esempio, un movimento referendario mediterraneo transnazionale, su base volontaria non vincolante, attivando dei gruppi locali in diverse città sulla riva nord e sulla riva sud, che chieda, appunto, l’abolizione dei visti … potrebbe essere l’iniziativa per dare un segnale forte alle istanze governative.

Nel suo libro, lei parla anche delle Rivoluzioni che hanno interessato il Mediterraneo, con un’analisi su quello che è avvenuto, ad esempio, in Tunisia, in Libia, ma anche in Egitto. Che cosa hanno in comune queste rivolte?
Il mio libro, infatti, non è sulle Rivoluzioni arabe, ma sul Mediterraneo. Lo sottolineo, perché ci ho pensato prima di costruirlo. Credo ci sia stato proprio un fenomeno di contagio, che ha attraversato diversi Paesi, nato dall’immolazione di Mohamed Bouazizi che fece esplodere la “Rivoluzione dei Gelsomini” in Tunisia. Una Rivoluzione che si propagò in diversi Paesi arabi del mondo Mediterraneo, raggiunse le coste europee e poi si manifestò anche nel movimento Occupy Wall Street, … Questo fenomeno di contagio si basa proprio su elementi comuni (che scardinano un pregiudizio o un malinteso): le Rivoluzioni arabe sono il frutto della mancanza di libertà civile e politica; i movimenti di protesta dei cittadini cosiddetti “indignati” sulla costa settentrionale sono il frutto, invece, di una crisi economica. Io penso che siano le due facce della stessa medaglia. La crisi economica e la crisi politica sono l’espressione, a diversi livelli di sviluppo di Paesi e società interessati, della questione della relazione tra il cittadino ed il potere. E questo è emerso con grande forza ed energia attraverso la stagione di riscatto di cui abbiamo parlato. Ho nella mente un’immagine bellissima e simbolica che è quella di una persona, un israeliano, che su Boulevard Rothschild a Tel Aviv sventola un cartello con su scritto “I am Egyptian”. Gli elementi comuni alle varie rivolte sono numerosi. Partiamo dalla volontà di rioccupare gli spazi pubblici come spazi dell’agire collettivo, dalla denuncia della collusione della classe politica e le corporazioni economiche, dalla riorganizzazione, di fronte alla demolizione, dello stato sociale in servizi che cercano di ridurre le difficoltà per i cittadini, dal rifiuto dello scontro identitario, dalla volontà di tutelare i beni comuni, dalla valorizzazione del lavoro come elemento centrale dello sviluppo. Anche negli slogan c’è un capitolo nell’e-book (che è più lungo di quello cartaceo) dove li confronto. Lo stesso slogan centrale della Rivoluzione tunisina: “lavoro, libertà e dignità cittadina”, raggruppa un po’ tutte queste valenze della crisi, che è una crisi articolata, perché si specchia nel mondo politico, economico e delle relazioni sociali.

In queste Rivoluzioni le donne sono state attrici e non spettatrici, come si sarebbe portati a credere. Qual è la sua opinione in merito?
La donna ha avuto un ruolo centrale nei processi rivoluzionari in tutti i Paesi, anche se poi le condizioni locali, le tradizioni e le regole della convivenza hanno portato ad avere una percezione diversa. In Egitto, ad esempio, nel 2011, quando è caduto Hosni Mubarak, la giunta militare che gestisce il Paese ha arrestato moltissime ragazze, che poi sono state sottoposte al “test di verginità”. Naturalmente si giustificavano dicendo che venivano sottoposte al test per essere sicuri che, una volta arrestate, non fossero accusati i soldati di abusi sessuali nei loro confronti. Ma la vera ragione era quella di umiliarle. E’ stata una ragazza di circa 20 anni, Samira Ibrahim, di cui parlo anche nel libro, che ha denunciato queste pratiche. Grazie a lei, poi, le stesse sono state vietate dalla Corte Egiziana. Se si pensa al potere e alla stima di cui gode l’esercito in Egitto, l’iniziativa di questa ragazza è di una forza e di un coraggio straordinari. E’ diventata, poi, uno dei simboli della presenza femminile nella Rivoluzione. La mia impressione è che un salto di qualità vi sia stato: le donne non solo sono state a fianco dei manifestanti, ma anche in prima linea e sono anche state delle voci di primo livello tra i ranghi dei rivoluzionari. Tanto è vero che il premio Nobel nel 2011 è stato assegnato a tre donne (tra le quali c’era una yemenita, mentre una tunisina e una egiziana erano state candidate). Per ciò che riguarda la Tunisia, questa volontà di partecipare e di decidere del proprio destino ha interessato anche molte donne dell’area islamista. Infatti, la legge che è stata applicata per eleggere l’Assemblea nazionale costituente, quella che ha recentemente approvato il testo costituzionale, prevedeva metà dei rappresentanti di sesso femminile e metà di sesso maschile.  Anche il dibattito che vi è stato sulla Costituzione, sul famoso articolo relativo alla donna in cui Ennahda difendeva il principio della complementarità (era stato visto dai settori più secolari come un passo indietro rispetto al principio della parità sessuale), non è stato solo esterno al partito islamico, ma anche interno ad esso. Infatti, l’articolo che poi è stato approvato ha avuto i voti anche di Ennahda  e si è ritornati al testo originario che affermava, quindi, il principio di parità tra uomo e donna. Vi è stata sicuramente una matrice femminile in molte delle cose che sono successe. Ora, il vero problema è capire cosa succederà con le varie onde di restaurazione, di ritorno al passato con il recupero dei regimi precedenti. Come possiamo vedere in questo momento in Egitto o in Siria. La donna riuscirà a mantenere una sua forza, una sua presenza, una sua voce quale attore politico?

Slider_440x240_Riscatto MediterraneoLei è appena tornato dall’Egitto. Che aria ha respirato? Qual è oggi la situazione politica, economica e sociale nel Paese?
Il 25 gennaio, per il terzo anniversario della Rivoluzione, ero in piazza ad Alessandria e il clima e i messaggi erano completamenti diversi. Innanzitutto è una perenne campagna per la candidatura del capo delle forze armate Al Sisi. Una parte è spontanea per la popolarità acquisita dopo le manifestazioni del 30 giugno scorso, che chiedevano elezioni anticipate rispetto al governo di Mohamed Morsi. I consensi arrivano soprattutto dalle classi medio-basse. Nella borghesia secolare, però, il generale Al Sisi non gode di grande popolarità tra i giovani rivoluzionari “Al Shoura Al-Shabaab”. Al referendum di due settimane fa sul nuovo testo costituzionale, infatti, ha vinto il “sì”, ma sono andati a votare solo il 38% degli egiziani. L’anno prima, il testo era stato messo al voto da Mohamed Morsi: aveva partecipato circa il 32% degli aventi diritto (quindi un numero inferiore dell’attuale), ma il risultato era stato più equilibrato, con circa i due terzi a favore e un terzo contro. Questo vuol dire che tutti quelli che sono contro questo testo costituzionale appena approvato non sono andati a votare. Molti dei quali sono rivoluzionari, perché quello che sta facendo l’Esercito è ripercorrere e ripetere le modalità della repressione che sono state proprie della storia recente, quella che chiamano “aman al daula”, la sicurezza dello Stato. Con la nuova legge, poi, sulla regolamentazione delle manifestazioni, hanno potuto agire non solo contro le proteste a favore di Morsi, ma anche su chi manifesta per avere più diritti civili o contro la legge stessa. Le accuse mosse a questi attivisti sono poi quelle che venivano usate anche con il governo di Hosni Mubarak per delegittimare degli oppositori politici: fomentazione della violenza, tradimento dello Stato. Al Sisi non si esprime su queste cose. E’ dunque difficile sapere cosa succederà. Tutti stanno cercando di approfittare della popolarità di questo personaggio per riguadagnare il terreno perduto con la Rivoluzione: i generali, i grandi imprenditori corrotti, i media, che sono sempre con il vincente. Non si sa se al Sisi sia a favore del precedente regime o voglia veramente riformare in modo democratico il Paese. E’ questa la grande variabile. Secondo me, il peso del “sistema” è così importante che comunque la Rivoluzione ne risentirà. E non escludo che, se le questioni legate alla giustizia sociale, alla povertà, all’accesso ai servizi, al lavoro, … non verranno risolte, dopo un certo periodo di tempo vi possa essere un’ulteriore ondata di protesta. Non dimentichiamoci che quando la giunta militare ha governato, la gente in piazza gridava: “che cada il regime militare”.  Io personalmente credo che sarà sempre più difficile esprimere il proprio dissenso, perché il sistema di sicurezza continua ad essere sempre più pressante ed i media stanno operando una propaganda che discredita la Rivoluzione. Infatti, uno degli argomenti per processare Mohamed Morsi, oltre al fatto che avrebbe dato l’ordine di sparare sui dimostranti, e che sia scappato dalle prigioni, è che la Rivoluzione del 2011 sia stata un grande complotto ideato da Hamas e dai Fratelli Musulmani. Ovviamente  questa teoria è assurda, sia perché Hamas non ha questo potere, sia anche perché i Fratelli Musulmani sono andati in piazza solo pochi giorni prima della caduta di Hosni Mubarak .

Alla luce di quest’ultimo suo viaggio in Egitto, quali sono i sogni e le aspettative che ha visto in questi ragazzi?
Credo che vogliano essere padroni del proprio destino. Questo vuol dire avere libertà, lavoro e dignità. Un programma politico chiaro, semplice, ma efficace. Molti Paesi arabi non hanno ancora raggiunto un minimo di partecipazione democratica, ma anche le nostre mature democrazie sono malate. Questa relazione tra potere e cittadino si manifesta nella sua valenza sulle due rive del Mediterraneo. Vi è quindi la sensazione che, o attraverso le varie forme di repressione dei diritti di espressione, organizzazione, associazione, eccetera, o attraverso le varie forme di decomposizione del mondo del lavoro e del mondo dei diritti al lavoro – con i tassi di disoccupazione giovanile che superano il 50% in quasi tutti i Paesi del nord Mediterraneo -, i giovani sentano di non essere più padroni del loro destino e quindi vogliano ripensare il “sistema”, che è in crisi, radicalmente, con nuove modalità di partecipazione. Molto spesso si dice che i movimenti degli “indignati” abbiano esaurito la loro carica, ma non si dice che fanno altre cose: si sono decentrati, lavorano nei quartieri, organizzano, ad esempio, le cliniche sociali, o forme di distribuzione della catena alimentare a filiera corta… Ripensare, quindi, il “sistema” per affrontare una crisi che non è congiunturale, ma strutturale. Credo che la cultura mediterranea in sé favorisca un ripensamento del modello di sviluppo, perché è socialità, è scambio, è mescolanza, è il senso della famiglia, del sacro, è  tutto quello che non funziona per il modello neo-liberale che ci vuole tutti atomizzati, individualisti, in competizione, omologati; che vuole tutto sia vendibile e mercificato. E ciò è all’antitesi dell’identità mediterranea. Per me, quello che è successo ha un valore che va al di là dei Paesi stessi. Se riuscissimo, attraverso questi movimenti sociali, a costruire un percorso di sperimentazione, di impegno politico, di lotta politica che sia anche un percorso che vada oltre le frontiere, non daremo solo un contributo alla risoluzione dei problemi regionali, ma anche alla questione della crisi del “sistema”.

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