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LIBRI/ La TV della rivoluzione araba

Dall’inizio di quest’anno nel mondo arabo tutto è in costante mutamento: il popolo, le leadership, le prospettive, le attese e certamente anche le speranze e le aspettative. Settecento canali satellitari entrano ogni giorno nelle case della gente con trasmissioni capaci di promuovere il «cambiamento», sia nella sfera sociale, sia in quella politica. Il popolo ha potuto scegliere tra sottomettersi ai regimi autoritari o partecipare alle “proteste di piazza”. E la televisione ha senz’altro avuto un peso importante in questa scelta.

Media e Oriente è il nuovo libro edito da Mursia dei giornalisti Andrea Morigi – penna del quotidiano Libero – e Hamza Boccolino – esperto di Medio Oriente per l’Agenzia Aki-Adnkronos international.

“Abbiamo fatto questo volume pensando più all’audience che non all’interlocutore” spiega Morigi. “Lo abbiamo iniziato e finito con l’idea della ‘libertà di stampa‘ – continua. “Personalmente volevo vedere se la situazione era così grave anche nel resto del mondo e la mancanza di questa fondamentale libertà così diffusa”.

“La stampa occidentale non parla molto delle televisioni islamiche – sottolinea Hamza. La gente spesso non le conosce”. Secondo il giornalista è proprio questo “conoscere” la chiave dell’accettazione: è necessario capire e appoggiare un tipo di Islam compatibile con il nostro modo di vivere e vedere le cose. A tal proposito Hamza fa riferimento alla moschea di Roma, la più grande d’Europa: “Prima di realizzare un progetto così importante, bisogna capire chi lo gestisce e quale linea voglia seguire”.

Ed ecco che i due giornalisti cercano di “capire e conoscere” le televisioni islamiche – specchio di una società stanca e pronta ad iniziare il cammino verso la rivoluzione – presentandoci un’efficace e documentata panoramica non solo delle principali emittenti medio-orientali, ma anche dei suoi palinsesti, tg, editori-emiri, talk show, reality, fiction e soap opera. Un’analisi dei canali satellitari che diffondono trasmissioni in lingua araba, con un approccio storico e costanti parallelismi tra le diverse emittenti e le numerose proposte televisive.

Da Al-Jazeera, la madre di tutte le tivù che nasce nel 1996 in Qatar e introduce il primo talk show e l’invito al confronto, sino a Al-Arabiya, l’emittente saudita di Dubai, sua eterna rivale. Da Al Aqsa, l’arma di Hamas, ovvero la tv dei cartoon kamikaze, sino a Al-Zawraa, il volto della resistenza irachena. Dai reality coranici sino alla propaganda americana accesa da al-Hurra.

Fino all’11 settembre 2001 in Occidente si credeva che il mondo islamico usasse il piccolo schermo come mezzo per seminare lentamente delle ideologie. Solo dopo sì capì quanto l’uso di questo strumento, insieme ad internet, potesse servire a lanciare messaggi di propaganda politica, ideologica e religiosa.

In Egitto, per esempio, per ostacolare l’avanzata del fondamentalismo, i canali radiotelevisivi diffondevano letture e commenti del Corano. Nonostante i programmi proponessero le “soluzioni islamiche” ai problemi della vita quotidiana degli egiziani di predicatori come lo shaykh Sha’rawi, non si metteva mai in discussione la legittimità del regime. L’obiettivo era promuovere l’Islam “moderato”.

Ma non tutti i Paesi arabi hanno seguito l’esempio egiziano, ritenendo che il contrasto tra tradizione coranica e tentazioni mondane fosse troppo forte. Avanza lentamente la “teoria del complotto”, ovvero la tendenza a dare la colpa agli altri, e diventano sempre più numerosi gli omicidi dei giornalisti che avevano provato a scardinare quello che era il vero nodo dell’infelicità araba.

Mubarak, Saleh e Ben Ali hanno dato la colpa delle rivoluzioni in nord Africa alle televisioni satellitari. Ma Hamza non è d’accordo sulla piena responsabilità, nonostante ammetta che il piccolo schermo abbia avuto un ruolo importante in questa fase storica.

La causa delle rivolte? “Non è stata Al Jazeera o le TV satellitari – sottolinea Morigi – ma la forza dei social network e dei giovani. I governi non sono riusciti a sviluppare la cultura per superare quell’infelicità di fondo. Vi è una sorta di competizione interna al mondo islamico per la leadership – anche di gruppi terroristici come Hezbollah e Al Qaeda. Devono ancora capire quello che non va a casa loro e le televisioni sono gli strumenti di questa guerra interna del mondo arabo. Purtroppo – conclude Morigi – queste rivoluzioni non hanno migliorato gli standard della libertà di stampa”.

Hamza tiene a sottolineare quanto esse siano diverse una dall’altra e scherzosamente dice: “La Rivoluzione araba è iniziata con la politica dei respingimenti di Maroni e della Lega. E’ da lì che è partito tutto: Mohamed Bouazizi, il tunisino che si è dato fuoco perché il suo Paese non gli offriva un lavoro e un futuro, ha preferito la morte all’umiliazione, producendo una reazione a catena. Il malessere e l’insofferenza si sono diffusi in molti altri Paesi arabi, insieme all’instancabile desiderio di cambiare il presente.

 

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