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LIBRI/L’epoca del disincanto nel mondo islamico. Intervista a Orietta Ripamonti

L’incontro con la modernità ha avuto per il mondo islamico una forza destabilizzante. Ad affermarlo è la scrittrice Orietta Ripamonti. Il suo ultimo libro, “L’epoca del disincanto nel mondo islamico” – che in questi giorni sta presentando in giro per l’Italia – si propone di affrontare il tema della crisi del mondo musulmano contemporaneo, utilizzando alcuni elementi di lettura psicoanalitica, grazie anche al contributo di psicoanalisti francesi di origine mediorientale.

Perché questo libro?
Lavoro da tempo con un gruppo di educatori e psicoanalisti ad un progetto rivolto ad adolescenti migranti. Rapportandomi con questi ragazzi, soprattutto di religione musulmana, è nata in me la voglia di approfondire l’approccio che hanno con la religione.

Vuole raccontarci in cosa consiste il progetto di cui accennava?
Crossing è un progetto che ha quasi quindici anni. Basato a Lecco, si rivolge ad adolescenti di prima o seconda generazione. I partecipanti sono circa 70, di diverse nazionalità (negli ultimi anni tanti sono gli africani). Siamo arrivati ad avere sino a 24 nazionalità diverse nello stesso percorso. L’obiettivo del progetto è di accompagnare i ragazzi a diventare “soggetti” in grado di fare una sintesi personale di quelle che sono le loro storie e quindi prendere possesso delle loro vite. Bisogna tenere conto che vivono un doppio attraversamento, quello verso l’età adulta e quello verso una cultura che non è la propria. La cosa è sicuramente difficile e a volte anche molto dolorosa.

Perché ha scelto il termine ‘disincanto’ nel titolo del suo libro?
Ho utilizzato la parola “disincanto” perché mi sembrava facesse una sintesi della ricerca che ho intrapreso. E’ una parola che utilizza Weber (Max Weber, sociologo tedesco) in quanto l’uomo per spiegare il mondo non si rivolge più a delle potenze extra-terrene o alla magia, ma utilizza la scienza e la propria ragione. Mi interessava inoltre anche la versione di un autore francese contemporaneo, Michel Gauchet, che parla di disincanto come l’uscita dalla religione; questo rispetto a come i ragazzi di fede musulmana si rapportano alla loro fede, con un richiamo continuo al testo sacro, alle parole di Maometto o a un’ortoprassi che è molto presente nella loro vita. L’uscita dalla religione per l’Occidente ha significato una gestazione di quasi cinque secoli, per passare da soggetto religioso a soggetto moderno. Mi sono chiesta cosa sia successo nel mondo islamico, dove sicuramente questo è avvenuto invece molto più velocemente ed è, inoltre, stato indotto dall’esterno a causa della globalizzazione.

Perché secondo lei l’incontro con la “modernità” nel mondo islamico ha portato ad una destabilizzazione?
Prima di tutto credo che sia necessario tenere conto che la religione nei Paesi islamici influenza anche la vita sociale e politica. Nella società islamica è in atto una “lotta” interna tra chi ha sposato pienamente la cultura portata dall’esterno, anche con le armi – ma che ha visto in questo la possibilità di un rinnovamento culturale del proprio Paese e si è identificato nella cultura occidentale – e chi, invece, ha vissuto questo come un tradimento della propria identità e delle proprie origini. Questa distinzione possiamo però farla tra gli intellettuali che avevano gli strumenti per decidere. Ma tra la popolazione che di strumenti non ne aveva, il cambiamento e le trasformazioni che avvenivano finivano per sconvolgere, perché non potevano essere pensate con i riferimenti culturali legati alla religione.

E’ questo uno dei motivi della radicalizzazione islamista?
Nel libro è questo il tentativo, cercare le radici. Secondo me sono lontane e storico è il discorso a cui si fa riferimento. Lo faccio partire quando nasce questa divisione tra chi sposa la cultura dell’altro e chi invece si oppone e cerca di fermare la modernità tornando all’origine e pensando che è all’interno della parola coranica si può avere una possibilità di rinnovamento. Questo movimento culturale, che inizialmente arricchiva come riflessione il dibattito interno, si è poi trasformato in un movimento politico sempre più radicalizzato, focalizzando la cultura dell’altro come nemica, come colei che avrebbe portato la distruzione e l’allontanamento di quelli che erano i principi morali di riferimento, cioè i principi religiosi.

Com’è avvenuta la radicalizzazione dei ragazzi di seconda generazione?
Nel progetto di cui accennavo prima, abbiamo affrontato il tema con i ragazzi e abbiamo scelto di farlo attraverso un giornalino. Da qui è venuto fuori che molti di questi adolescenti non conoscono affatto la loro religione o, se la conoscono, non ne comprendono appieno il significato perché scritto in un arabo appannaggio dei soli intellettuali. Non parlo, però, solo dei ragazzi musulmani, ma anche, ad esempi, dei tanti che si avvicinano alle chiese evangeliche dove c’è una lettura del testo biblico che è letterale. E’ come se gran parte di quella che è stata la ricerca teologica fosse stata cancellata per avvicinarsi a una religione che è più terapeutica, cioè che vince l’angoscia di un attraversamento, del sentirsi soli. E’ una dimensione religiosa che è molto lontana dal rendersi soggetti di una fede andando alla ricerca. Questo, secondo me, è dovuto anche ad una crisi della cultura occidentale, dove i riferimenti sono perduti e dove la fine delle narrazioni e l’incapacità degli adulti di ridisegnare orizzonti di senso ha lasciato il campo libero all’unica logica imperante, quella del consumismo. O come dicono i lacaniani, al discorso del capitalista che domina incontrastato, ma non è in grado di consegnare ai ragazzi un significato del proprio stare al mondo. Questo porta alcuni di loro ad aderire a ideologie che io chiamo “No future” pervase da pulsioni di morte e visioni apocalittiche.

1 comment

  1. Ambro

    Molto interessante!!!

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