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LIBRI/ Turchia. Storie ordinarie di resistenza #4

CULTURE

Tincalla9

FocusMéditerranée pubblica questa settimana parte del quarto estratto di Testimone a Gezi Park, il libro di Luca Tincalla, scrittore e giornalista italiano che vive ad Istanbul ed ha seguito in prima persona la rivolta turca esplosa nel maggio 2013. In questa puntata, una riflessione sul ruolo della polizia durante gli scontri.

Una volta le ambulanze servivano a trasportare malati, oggi è il male che viene trasportato a bordo di queste vetture [da “Le ambulanze? Una volta servivano a trasportare malati, oggi poliziotti].

No, non è un esercizio di stile; anche se come chiasmo grottesco non è male. È la verità. Durante la resistenza di Gezi Park, anzi di #GeziPark – senza un hastag ormai non si va da nessuna parte –, si è visto anche questo. Poliziotti travestiti da infermieri che buttavano bombe al peperoncino per deliziare gli appetiti dei manifestanti

In Turchia, ogni giorno, un vitto abbondante è gentilmente erogato dalle forze dell’ordine; che, insieme a companatico di gas al peperoncino – sì, lo ripeto – offre opportunità di abbeverarsi alla fonte del loro gas lacrimogeno naturalmente frizzante. E tutto gratis, eh. Anzi, tutto sulle spalle dei contribuenti. Che non ci stanno, però. Soprattutto non vogliono che Justin Biber acquisti popolarità alla loro faccia. Perché “Biber” in turco sta per peperoncino. E Justin Biber può suonare come: “Qui siamo appena stati gasati”. Non è letterale, ma ci sta. 

È un mondo difficile. La gente, prima di mettere il naso fuori da casa, ha cominciato a chiedersi: “Ma questa strada è sicura?” e la risposta più temibile è: “No, c’è la polizia”. A scanso di equivoci però, voglio aggiungere la mia testimonianza: io ho uno splendido rapporto con la polizia, e continuo a mantenerlo ad almeno venti passi di distanza. Esperienza fa virtù. 

Discorso diverso con i media. Verso i quali io nutro profonda diffidenza. Nessuna empatia, seppure bagnata, mi sorge nei confronti di chi ha – dovrebbe avere – il diritto/dovere di informare i cittadini su quanto sta accadendo in Turchia. Anche perché qui NON sta succedendo nulla. Che per caso avete visto qualcosa? No. E allora mica darete retta a quei nerd che sui social network spammano notizie false e tendenziose, no? Sgamato. Io lo faccio solo per avere un click in più sul blog che non ho; e se in questi giorni non si ha un blog, non si è nessuno. Almeno, questo, è quello che mi dice sempre mia moglie. Il blog? No, nessuno. 

Qualcuno, invece, c’era alla manifestazione di Gezi Park. Quattro gatti secondo le stime ufficiali. Sembra strano allora che il comitato d’accoglienza dei poliziotti abbia sfiorato le mila unità. Non trovate? Chi è che ha ragione e chi è che ha torto? Direi che la virtù sta nel mezzo. Ma occhio. Trovarsi in mezzo, di questi tempi, non è proprio la scelta migliore.

Scegliere. Di questo si tratta. Per questo molti turchi sono “scesi in piazza”. Che poi piazza non è corretto poiché nella cultura turca non esiste il concetto; la loro piazza, se c’è, è la moschea. È fuori dalle moschee, infatti, che la gente si riunisce per discutere. Non tutti, sia chiaro. C’è anche chi chiacchiera per strada, a un caffè, in un circolo, a casa, al lavoro. Ma il concetto di piazza nel senso di spazio circolare dove confluiscono idee sullo stesso livello, alla pari, non esiste. O forse… non esisteva? Ora che ci penso bene questa resistenza ha avuto il merito di avvicinare persone che altrimenti avrebbero vissuto le loro vite distanti, ignorando che le idee si possono non solo condividere… ma renderle fatti capaci di durare.

Questa resistenza è stata ed è un ponteUn ponte vero. Non uno di quelli da costruire su una città deturpata dal cemento della speculazione edilizia.
Quindici milioni di mammiferi e un numero imprecisato di bestie – umane e non – abitano questa città. Istanbul. Non c’è spazio per tutti, vero. Ma quello che stanno facendo le forze dell’ordine in questi giorni mi sembra una soluzione drastica per ridurre il numero della popolazione. Gasare la popolazione per indurla ad abbandonare la città, se mi permettete, credo sia una soluzione perlomeno eccentrica. Non è che da qui a poco ci condurranno via, mano nella mano, come fecero – o non fecero – con il popolo armeno tanto tempo fa? Ogni volta che suona il campanello, spero che non sia l’ultima campana. E infatti sto in campana. Ma non troppo. Perché qualcosa, in fondo, bisogna poi dirla. Bisogna parlare. Altrimenti è finita. Quando anche noi nerd la smetteremo, allora sì che chiuderanno i giochi. Per sempre.

Lo so, come chiusura era ottima, ma c’è ancora qualcosa da scrivere. Me la sono “giocata”. Non è un gioco, checché se ne dica. Ma come spiega bene REDHACK, uno degli Anonymous di questa resistenza, è importante tenere alto il morale dell’ironia e del sarcasmo. Può darsi che non sarà con una… ma forse con un milione di risate se ne andranno. Cosparsi dal ridicolo non ce la faranno più nemmeno loro a tenersi la pancia dal ridere e imploderanno nella loro superbia. 

Uno scherzo? No. Ma leggiamo, così dice REDHACK: “Sì, stiamo usando l’umorismo, perché questa resistenza sarà ricordata non solo per gli eventi dolorosi e la violenza del Governo, ma anche per l’umorismo stesso. Il popolo sta dando così creative, belle e alternative risposte; e anche queste verranno ricordate. Perché prima che il popolo capisca che il potere arriva dal consumo, sembra che il regno e la pressione dei media continueranno”. E quindi il consumo inteso nel senso più capitalistico del termine che dev’essere evitato. Perché a forza di credere ai media tradizionali, siamo noi a essere consumati dalle loro bugie e dai loro silenzi. 

 

Comunque noi parliamo, ah se parliamo. E poi non tutto il male viene per nuocere: come grazie alla Thatcher il rock inglese ha raggiunto il suo apice, così con Erdoğan la street art in Turchia fa lo stesso

Ma dicevamo silenzio. Anche oggi, levate un pugno di emittenti indipendenti, dello scempio di Gezi Park nessuno parla. Cariche di polizia, blindati andati in fumo, barricate e canti di resistenza… nulla.
Silenzio. E guardate che il silenzio fa rumore. Io c’eroIo oggi alla terza carica me ne sono andato. E ho pure paura che quel maledetto campanello un giorno suonerà per me. E non sarà il postino.
Dicono che gli attivisti se ne stanno andando dal parco. È vero. Ma non credeteci. Noi siamo ancora tutti qui se voi siete con noi. Siate la nostra voce!

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