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LIBRI/ Turchia. Storie ordinarie di resistenza #8

CULTURETincalla_estratto8_640Ancora scontri e morte in Turchia. L’occasione per riaccendere rabbia e tensione sono stati i funerali di un giovane quindicenne, colpito il 16 giugno dello scorso anno da un candelotto di gas lacrimogeno della polizia durante le manifestazioni a Gezi Park e morto dopo nove mesi di coma.

Nella notte tra mercoledì e giovedì altre due persone hanno perso la vita durante le proteste contro il premier Recep Tayyip Erdoğan, presenti ormai in tutto il Paese. Storie ordinarie di resistenza che si ripetono e testimoni che continuano a documentare e denunciare episodi non sempre troppo chiari. FocusMéditerranée pubblica questa settimana l’ottavo estratto di Testimone a Gezi Park, il libro di Luca Tincalla, scrittore e giornalista italiano che abita ad Istanbul e ha seguito in prima persona la rivolta turca scoppiata nel maggio 2013. Ancora oggi continua ad essere lì, a ricoprire il suo ruolo di “testimone”. In questa puntata una riflessione sul progresso economico, che non sempre equivale a progresso sociale.

Passata la tempesta, odo augelli far festa. Ma quali uccelli se il bollettino meteo dice che, dall’inizio della protesta, a Gezi Park ne sono morti almeno 1028? Non lo so. Devo essere diventato sordo. Già. Ma sempre meglio di quello che combina Israele sulla striscia di Gaza dove i bulldozer, lì, sono equipaggiati con affascinanti apparati stereo che sparano musica a più di cento decibel. A ognuno il suo: a loro la musica, a noi il ballo. [da “La vendetta è un pasto da consumare caldo].

Una tarantella, una pizzica, o quello si San Vito? Chiamiamolo zeybek, per favore. È così alzando le braccia al cielo in segno di pace e scalciando come un mulo, per correre più veloce, che si cerca di schivare i gas lacrimogeni o quelli asfissianti. Eh, già. Del resto il ballo è allenamento continuo. E noi ci esercitiamo nel nuoto, cercando di non annegare nell’acqua naturalmente frizzante spruzzata dalla polizia. Nel salto agli ostacoli, per superare le barricate. Nel baseball perché le forze del disordine vorrebbero usare la nostra testa come pallina per i loro manganelli. E nella corsa pura, perché chi corre per primo corre più forte.

Così passiamo le giornate noi çapulcu dell’era moderna. A Istanbul come ad Ankara, ad Antalya come a Izmir, passando per Rize e andando fino a Trebisonda. Stop. Lì ci fermiamo e lo sapete il perché.
Un vero peccato che i mass-media stranieri – quelli turchi trasmettono, in quest’istante, bellissimi documentari sull’accoppiamento dei koala o soap soporifere – abbiano concentrato il fuoco delle loro notizie solo sulla capitale della Turchia. Su Istanbul. E che poi… aspetta. Riavvolgi. Istanbul capitale della Repubblica della Turchia? ma non era Ankara? Bravi, Giusta osservazione. Ma il problema è che la Repubblica della Turchia sta scomparendo e sta rientrando, invece, l’Impero Ottomano. Per questo, secondo me, possiamo parlare di Istanbul capitale.

Ma lasciamo l’analisi agli analisti e ai pazzi la psicoanalisi, come dice mia moglie. Io sono un testimone e mi pare che il ritornello l’abbiate imparato. Vado avanti.
O indietro? Non io, la Turchia. Non è che veramente questa è una fase di regresso per quella che, fino all’altro ieri, sembrava un esempio di democrazia per le altre civiltà delle aree limitrofe al Medio Oriente? Fino a poco tempo fa, se ben mi ricordo, anche alcuni Occidentali osannavano la democrazia (ir)reale di questo paese. E tutti a prendere il numerino taglia file per vedere come Erdoğan fosse riuscito nel, cosiddetto, miracolo economico. C’era venuto persino Berlusconi, l’unto del signore, in un simpatico simposio che Erdoğan aveva organizzato per celebrare le nozze di sua figlia. Questo evento è passato alla storia con il Cavaliere che, come un dongiovanni, bacia la mano della sposa sotto gli occhi esterrefatti di Erdoğan. Paese che vai usanze che trovi; qui la mano si bacia agli uomini in segno di rispetto. E vabbè che mi ero scordato la mafia. Bacio le mani.

Eppure progresso economico non sempre equivale a progresso sociale.
Diciamo che è un prodromo. Ma poi sta alla gente lottare per ottenere i suoi diritti. E, infatti, quello cui stiamo assistendo è un passaggio necessario per arrivare all’età delle riforme. Bella frase. Non è mia. Me l’ha detta il mio amico Mattia che lavora in un’importante società internazionale. Vendono trattori. Da quando c’è la crisi non ne vende più uno. Gli agricoltori aspettano tempi migliori e anche se è stagione, non è stagione di raccolti.

E comunque Mattia è un bugiardo. A Gezi Park, due sere fa, c’è stata la sagra del trattore e della ruspa.

Ma come sarebbe potuta andare se il CHP e il MHP, i due partiti d’opposizione, avessero vinto le ultime tre elezioni dal 2002 a questa parte? Bella domanda. Secondo me sicuramente peggio. Sì, peggio di adesso. Ma non chiamatemi analista. Il boom economico di Erdoğan è innegabile. Ed è anche con l’economia che si vive, non ce lo scordiamo. È bello parlare di avere diritti quando si ha la pagnotta in bocca, più difficile invece quando non si ha niente e si muore di fame. Erdoğan la pagnotta, nel bene e nel male, l’ha data a tutti. A chi in casa a chi in faccia. Ma quelli che l’hanno avuta in casa sono molti di più perché hanno deciso di unirsi a lui come nel sacro vincolo del matrimonio. Del resto è amore, e non solo fedeltà, quello 
che provano i suoi sostenitori. Mai vista una cosa del genere in Italia. Nemmeno l’arruffa popoli a cavallo degli anni Duemila ha avuto tanto seguito.
Ma di che meravigliarsi? Uno è Cavaliere e l’altro è Padişah. Uno scende da cavallo e l’altro sale sul trono.

Erdoğan è stato, insieme ai “cervelli” dell’AKP, l’uomo capace di risollevare le disastrose finanze dello stato turco che era in bancarotta durante la grossa crisi del 2001 e di portarlo, almeno fino a qualche settimana fa al 16° posto nella classifica mondiale. Con obiettivo dichiarato di essere tra le prime dieci potenze nel 2020 a ridosso della fatidica data di entrata in Europa prevista per tre anni più tardi nel 2023, centenario della Repubblica. Tutto dichiarato, ripeto.
Ma di sola economia non si campa.

Per questo ieri i servizi pubblici sono stati privatizzati. Per l’economia e nient’altro. Bus, metro, vaporetti. Tutto è stato utile per raggiungere Kazlıçeşme, luogo dove il presidente del consiglio si è esibito in un One man Show. Tra le iniziative più interessanti c’è stata la distribuzione gratuita di bandiere di calcio e, soprattutto, di bandiere turche che, da tempo immemore, sono il simbolo di chi protesta contro questo Governo. Una mossa machiavellica, direi, rendiamo onore alle cinquecento candeline de il Principe. Così, ora, chi sul balcone espone il vessillo della bandiera turca non si capisce se sia pro o contro Erdoğan.
Del resto il movimento di protesta non è nato per proteggere (solo) il passato, ma (soprattutto) per preservare il presente e il futuro. E così fa anche il primo ministro. Facile. E chi ha visto l’anticapitalismo come collante, e ha chiamato i manifestanti di Gezi Park “compagni”, questi dovrebbe farsi curare come minimo dal mio analista, o da mia moglie. Chi osanna alla lotta di classe (e tira fuori ancora Pasolini), è solo un altro figlio di papà.
Cercasi analista serio, senza scherzi, telefonare ore pasti.

A me sembra che, a breve, l’unico rimedio per far perdere fiducia all’elettorato del primo ministro sia la tanto bistrattata natura. Con Ramadan a luglio da festeggiare con velo e palandrana, tra un mese l’AKP potrebbe riscoprirsi privo di qualche voto proveniente dall’elettorato femminile.
Altro che: “Tutti al mare a mostrà le chiappe chiare!”
La Turchia sta entrando in un mare inesplorato: profonde ferite e cicatrici nel presente, falso benessere e fiducia nella società in frantumi.
La vendetta è un pasto da consumare caldo. Ma quando rialzandosi dalla tavola imbandita, Erdoğan punta un dito verso qualcuno, non si accorge che altre tre dita, scrutandolo, puntano verso di lui. Vale per lui, vale per tutti. Pollicini.

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