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Omosessualità ed Islam: Allah Loves Equality, il libro di Wajahat Abbas Kazmi


Come vive la comunità Lgbt nei Paesi musulmani? Wajahat Abbas Kazmi, il regista 32enne di origini pachistane trapiantato a Bergamo, da anni ha deciso di metterci la faccia e affrontare pubblicamente il delicato tema del rapporto tra omosessualità e Islam.

Il progetto è nato grazie al sostegno della piattaforma Il Grande Colibrì“, un’associazione di volontariato a favore delle persone LGBTQI (lesbiche, gay, bisessuali, transgender, queer e intersessuali) che vuole fare emergere e raccontare l’importanza delle altre differenze (etniche, nazionali, culturali, religiose, sociali, relazionali, sessuali…) che si intersecano con quelle legate all’orientamento sessuale e all’identità di genere.

In occasione della presentazione del suo libro Allah Loves Equality, abbiamo incontrato Wajahat Abbas Kazmi.

Si può essere gay e musulmani? E’ questa la domanda che vi ponete all’inizio del libro (coautori sono Elena De Piccoli e Michele Benini – attivisti dei diritti umani). Quale la risposta?
Questa domanda è uno stereotipo ed è anche un po’ diventato il nostro slogan. Ovviamente non ci sono dubbi che si può essere entrambi, sia credenti, sia gay; le perplessità nascono per la fede musulmana, ma secondo me non c’è differenza con le difficoltà che possono incontrare i credenti gay delle altre religioni.

Quindi la comunità musulmana secondo lei non è diversa come approccio verso gli omosessuali rispetto alle altre religioni?
No, io credo che la differenza ormai stia in quella parte della Umma (famiglia, comunità) musulmana che fa parte dell’estremismo, che purtroppo sta crescendo in Europa. In effetti, io ho trovato più discriminazioni qui che nei Paesi a maggioranza musulmana. Durante il mio viaggio in Pakistan, ad esempio, dove sono stato a dicembre per girare il documentario – parte integrante del progetto “Allah Loves Equality”- ho incontrato molti religiosi aperti ai diritti delle persone LGBTQI.

L’approccio però cambia per le donne omosessuali. E’ così?
Sì. In Pakistan, in generale, la donna ha pochi diritti, immaginiamo cosa possa essere la vita per un’omosessuale! Per me è stato difficilissimo intervistare donne lesbiche: c’è tanta paura, le minacce per loro sono costanti e non erano pronte ad affrontare la telecamera. Il problema è che prima di accettare una donna omosessuale bisogna che si accetti che la donna ha bisogni sessuali. Oggi, non sono considerate persone, ma solo un oggetto, una macchina per fare figli; non esiste neanche una parola per definire una lesbica; ci sono delle coppie, sono soprattutto attiviste, ma fanno tutto di nascosto e all’interno delle organizzazioni.
I ragazzi gay e i transgender erano molto più disponibili a lasciarsi intervistare. In Pakistan i transgender sono accettati senza problemi, ci sono sempre stati ed erano molto rispettati. Già dai tempi della Dinastia Moghul avevano un importante ruolo nella società. Poi, sono arrivati gli inglesi, che hanno “importato” il peccato di sodomia e quindi queste persone sono state cacciate dai palazzi e non hanno più avuto il peso che avevano prima nella società. Da allora sono state relegate a esibirsi come ballerine nei matrimoni e in piazza, hanno perso quindi il rispetto. Poiché fanno parte della nostra cultura, non vengono insultate, anzi, sono considerate le persone speciali di Allah, perché sono sia maschio sia femmina. Quando nasce un figlio i transgender vengono chiamati nelle case a dire una preghiera perché porta bene. Da poco è stata approvata una legge che permette loro di avere anche i documenti ed è stata stabilita una quota annuale di inserimento nel mondo del lavoro.

Nel libro affronta anche il tema dell’HIV. Com’è la situazione nei Paesi islamici?
Fino a dieci anni fa in Pakistan il problema era completamente sconosciuto, si è cominciato a parlarne con l’arrivo delle ONG. C’era molta ignoranza, le prostitute non utilizzavano nessuna protezione, sia perché non sapevano del pericolo di contrarre malattie veneree, sia perché non avevano abbastanza soldi per potersi permettere un rapporto sessuale protetto. Ora, con l’aiuto delle organizzazioni, vengono fatti gratuitamente i test per l’HIV e vengono anche donati i preservativi per evitare qualsiasi rischio.

Ad accompagnare il libro c’è anche un documentario. Qual è lo scopo di questo lavoro?
Sono vari. Il primo in assoluto era di far sapere alle altre persone omosessuali e credenti che non sono sole. Io l’ho provato sulla mia pelle: sono riuscito a fare “coming-out” tardi, stavo addirittura per sposarmi, e questo perché avevo paura di perdere la mia religione, perché pensavo non si potesse essere gay e credenti. Durante il mio attivismo ho conosciuto molti gay che erano di origine musulmana e avevano rinunciato alla religione. Dentro di me sapevo di non avere nessuna colpa, ma come avrei potuto convincere chi mi stava intorno, parenti, amici. A un certo punto ho capito che ero nel giusto, che potevo essere entrambe le cose e allora ho lanciato questa campagna che ha come slogan “Allah Loves Equality”. Questo per ribadire che non c’è bisogno di rinunciare al proprio orientamento sessuale per essere un credente, e neanche il contrario. Il mio viaggio è iniziato in Pakistan, e spero di riuscire a continuarlo anche in altri Paesi musulmani. Ogni Paese è diverso dall’altro e anche l’Islam non è monolitico ma ricco di sfaccettature. Da noi i gay sono sempre stati accettati, non pubblicamente certo. L’omofobia è arrivata con le leggi inglesi, prima il sesso lo vivevamo tranquillamente basti pensare che il kamasutra è nato lì. Da noi il sesso si celebrava.

Ha avuto problemi dopo aver lanciato questa campagna di sensibilizzazione?
Ad essere sincero non ho mai avuto problemi, qualche insulto sì. In generale la gente ha risposto sempre con entusiasmo, il mondo religioso sta cambiando, non si può fermare il futuro, ci sono addirittura Imam che sposano le coppie omosessuali.

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