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Omosessuali e shari’a. Il “genere di Islam” di Anna Vanzan e Jolanda Guardi

CULTUREChe genere di Islam by Anna Vanzan and Jolanda GuardiMentre in Europa infuriano le polemiche per il primo sì francese alla legge sulle nozze gay, nei Paesi arabi musulmani si dibatte sul diritto ad esistere dei LGBT (lesbian, gay, bisexual, and transgendercommunity). Ne abbiamo parlato con la scrittrice Anna Vanzan, che, insieme a Jolanda Guardi, ha realizzato l’interessantissimo libro Che genere di Islam .

Il libro è una panoramica ampia ed esaustiva, dissacrante e provocatoria, del rapporto omosessualità-Islam. Le due autrici sono partite con l’analizzare i testi sacri dell’Islam, per arrivare all’attualissimo dibattito che coinvolge milioni di musulmani che vogliono conciliare l’essere “diversi” con la propria fede.

Partiamo proprio da questo. L’Islam ha regole severe. C’è un modo di conciliare queste regole con l’essere omosessuali?
Innanzitutto l’Islam nei secoli ha dimostrato di avere una capacità di rinnovamento al proprio interno. Per quanto la questione sull’omosessualità sembra essere insormontabile per tanti aspetti, essa è in realtà una questione come tante altre, in cui si tratta di trovare delle diverse interpretazioni. Teniamo poi presente che, come principio, questa religione ha proprio il benessere dell’uomo. Non si tratta, quindi, di trovare una punizione per dei comportamenti che sembrano andare contro la parola del Corano, ma vi è senz’altro una capacità all’interno di trovare, invece, delle soluzioni per questo problema. Qualcosa che è sempre esistito e che semplicemente adesso si pone in termini diversi rispetto al passato.

Quali sono stati i parametri della vostra ricerca: quale area geografica avete studiato, quali campioni avete scelto, quali i dati più rilevanti che ne sono usciti, quali gli obiettivi che vi siete poste …
Il punto di partenza comune del mondo musulmano è il sacro testo, il “Corano”, e da qui abbiamo iniziato. Vista però la scarsità di argomentazioni, siamo passati agli Hadith (detti e fatti riferiti al Profeta), che insieme al Corano costituiscono la Shari ‘a. Poi siamo andate a guardare all’interno delle singole civiltà come si sia vissuto il problema. Abbiamo usato soprattutto la letteratura araba – quella Nord-Africana ma anche quella Mediorientale e quella Persiana. Infatti, proprio attraverso la letteratura, anche oggi, si esprimono le opinioni e si denunciano le cose da cambiare, sublimate nel messaggio letterario. In ultima analisi, nel mondo musulmano la letteratura è l’arte con la “A” maiuscola. Attraverso essa, si vedono i cambiamenti. L’area scelta, dal punto di vista temporale, è molto vasta. Dall’incipit sino ai nostri giorni, ovviamente per sommi capi, poiché non si poteva fare altrimenti. Abbiamo scelto di dividere le grandi aree del mondo musulmano, e cioè quello arabo e quello persiano, dando voce alle due anime principali (anche se adesso ci sono degli attori che si muovono in aree extra arabo-persiana, basti pensare alle isole indonesiane o ai musulmani in diaspora). Ci è sembrato che questi Scilla e Cariddi della civiltà islamica servissero da punti di riferimento cardine dove ancorare la nostra ricerca. Vorrei sottolineare che non avevamo un obiettivo, nel senso che la nostra ricerca non aveva scopi apologetici, cioè dimostrare che l’Islam è più tollerante nei confronti degli omosessuali di quanto non si possa pensare. Ma non soffriamo neanche di Islamofobia e quindi non volevamo dimostrare che l’Islam sia omofobico. La nostra intenzione era invece quella di utilizzare la nostra capacità di andare a fondo a questa tematica per offrire diverse chiavi di lettura con le quali i lettori possano poi confrontarsi.
La nostra ricerca non finisce qui. Forse abbiamo messo qualche punto fermo per quanto riguarda il passato, l’ermeneutica dell’omosessualità nel mondo musulmano, ma certamente adesso bisogna andare avanti con le nuove prospettive e soluzioni.

Che difficoltà avete incontrato nel portare avanti questo lavoro?
Direi che le difficoltà sono state soprattutto di scelta delle fonti e del materiale da utilizzare, in quanto era veramente vasto. Abbiamo privilegiato la letteratura, perché, come ho detto, ha un ruolo importantissimo nel mondo arabo, dando naturalmente un posto d’onore alla letteratura mistica Sufi.  Le discipline che abbiamo utilizzato vanno dalla sociologia alla storia, sino ad arrivare al Taswir, che sono i testi interpretativi del Corano.

Ricollegandoci alle fonti da voi utilizzate, quali sono i passaggi dove il Corano affronta il problema, cosa prescrive? Ci sono degli Hadit precisi sull’argomento “omosessualità”?
Il Corano sull’argomento è piuttosto vago. Infatti, al di là della condanna alla “Gente di Lot”, non offre un preciso crucifige per quanto riguarda l’omosessualità. Anche per ciò che concerne la condanna stessa alla “Gente di Lot”, la punizione inflitta non è tanto per l’omosessualità, ma per la disobbedienza. Non viene, quindi, proibita l’omosessualità in sé – anche se c’è una nota di biasimo sul comportamento omosessuale – ma è assolutamente un cenno e l’argomento sul Sacro Testo non viene approfondito. Nei testi di legge, invece, essendoci il bisogno di dare un’immagine più compatta possibile di questa nuova religione nascente, gli interpreti del Corano hanno cercato di usare quel poco che c’era nel Testo Sacro per condannare l’omosessualità. Come vediamo, però, anche in altre religioni, l’omosessualità viene condannata in quanto rapporto sessuale non finalizzato al concepimento, quindi al mantenimento della comunità stessa, in quanto destinato alla non procreazione. Anche se nell’Islam l’atto sessuale non è fine alla procreazione, ma deve essere piacevole sia per l’uomo, sia per la donna. Ovviamente non è soltanto questo, si tratta anche del fatto che il rapporto sessuale tra persone dello stesso sesso non si configura con la “normalità”. Per concludere, direi che la condanna è nell’atto in sé, ma non nell’amore tra due persone dello stesso sesso.

Qual è la realtà che si nasconde dietro ciò che vediamo o pensiamo di vedere? Com’è la “vera” condizione degli omosessuali nei Paesi che avete studiato?
Questo naturalmente cambia da Paese a Paese. Generalmente le condizioni non sono favorevoli. Ci sono Paesi in cui vi è una condanna non solo morale, ma anche giudiziaria, fino alla pena di morte; pensiamo all’Arabia Saudita o all’Iran. Questo viene modificato, però, dalla quotidianità. E’ molto difficile condannare una persona per questo “reato”, in quanto ci vogliono testimoni comprovati, e quindi molto spesso le condanne vengo associate ad altri reati. In realtà, si cerca quasi una giustificazione, perché si sa che l’opinione pubblica non approverebbe questo genere di condanne. Anche perché l’amore omosessuale è parte integrante della storia di questi Paesi.

Cosa ne pensa del dibattito che si è acceso in queste settimane in Francia in merito alle nozze gay e al diritto degli omosessuali di adottare dei bambini?
La Francia è da sempre molto aperta alle esigenze degli omosessuali, e, infatti, è a Parigi che pochi giorni fa è stata aperta una moschea per gli omosessuali. Certamente questo ci porta a dire che gli omosessuali vengono in qualche modo tollerati come dei “diversi”, che possono accedere ai luoghi sacri, ma non come tutti gli altri. Stessa sensazione avevano creato le moschee per sole donne, che inizialmente sembravano discriminanti, poi invece hanno prodotto una maggior libertà di espressione, di frequentazioni e di comunanza anche fra le donne stesse. L’idea è che anche questo possa essere qualche cosa di diverso per il mondo omosessuale. Cioè l’idea di essere certamente “diversi”, ma al contempo di avere uno spazio, e, soprattutto, di aver riconosciuta la volontà di conciliare l’essere religiosi, e quindi la loro identità religiosa, con la loro identità di tipo sessuale, che è quello a cui tendono gli omosessuali musulmani. E’ chiaro che noi parliamo di omosessuali che non voglio rinunciare alla loro religione. Esistono anche quelli a cui non interessa l’argomento, o perché sono atei, o semplicemente perché non si pongono il problema. Noi ci siamo occupate naturalmente di quelli che non vogliono rinunciare alle due identità e che stanno cercando in qualche modo di sensibilizzare, anche faticosamente, l’opinione pubblica internazionale alle loro esigenze. Non è un caso, quindi, che proprio in Francia, dove la comunità musulmana è cospicua – di provenienza soprattutto magrebina – si stia consumando questo esperimento. Certo, alcuni potranno obiettare – “si fa in Francia e non certo a Riad” – ma dobbiamo anche tener presente che è anche più difficile fuori – per così dire – “patria”, perché spesso chi è all’estero tende a mantenere forti le sue tradizioni.

Ritiene possibile che un giorno si possano affrontare questo genere di tematiche anche nei Paesi che avete analizzato?
In alcuni di questi Paesi queste tematiche si affrontano già, ad esempio in Iran, dove la situazione è difficile. Lì c’è un forte associazionismo e attivismo, ci sono addirittura le madri degli omosessuali che partecipano attivamente, si discute molto anche in televisione, attraverso i film o l’arte in generale. Questo argomento, quindi, non è più “tabù”.

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