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Ricordando Manduria. La “Liberté” di Fulvio Colucci

Liberté è l’urlo dei migranti tunisini che un anno fa uscirono dalla tendopoli di Manduria, in Puglia. Un racconto del giornalista Fulvio Colucci, pubblicato da Il Grillo Editore e illustrato dalle fotografie di Roberta Trani. Abbiamo incontrato l’autore e gli abbiamo chiesto di raccontarci perchè ha deciso di realizzare questo libro e quale significato può assumere oggi questa toccante vicenda.

LA MIA VERITÀ – Uomini e donne che rincorrono la “Liberté”. Sperano di poter tornare alla vita, dopo una fuga disperata da una terra sconvolta dalla “Primavera araba”.

Cos’è il racconto della tendopoli di Manduria?
Il racconto della tendopoli di Manduria è semplice e complesso. E’ semplice per quel che riguarda i passaggi di cronaca. Complesso, per quello che ha significato questa vicenda. Sulla spinta della “Rivoluzione dei gelsomini” in Tunisia, e in generale della “Primavera araba” dello scorso anno, si innescò un fenomeno migratorio di emergenza che portò agli inizi dell’anno ad una situazione drammatica a Lampedusa. A marzo i profughi sull’isola erano circa ventimila. Il governo Berlusconi, allora in carica, decise di alleggerire la pressione su Lampedusa trasferendo parte dei migranti tunisini sulla penisola. Si individuò a Manduria, nell’ex-aeroporto militare, una zona nella quale impiantare una tendopoli, che venne costruita in fretta e furia. Dalla fine di marzo sino ai primi di aprile affluirono nell’area fino a 3mila e cinquecento tunisini. Queste persone sono rimaste circa un mese in Puglia, a Manduria, in provincia di Taranto. Fino a quando, grazie ad un accordo tra l’Italia e l’Unione Europea, fu riconosciuto loro un permesso di soggiorno temporaneo con la possibilità, quindi, di lasciare la tendopoli. Questa in sintesi la storia. Naturalmente alla cronaca si affianca un importante risvolto umano. Si è trattato di una situazione straordinaria che ha portato non pochi problemi. E non sono mancati anche momenti di vera tensione, difficile da gestire, che ha portato contraccolpi sia sulla politica locale, sia nazionale.

Come è stato l’impatto con la gente del posto?
Liberté racconta questa vicenda facendosi delle domande. Prima tra tutte quella del rapporto tra noi e loro. L’impatto ha avuto due fasi. Una prima, di tensione, con alcuni riflessi di tipo razzistico, che però non sono propri della Puglia: terra di accoglienza secolare, di meticciato e di passaggio. “Terra lunga”, come la chiamavano gli arabi. A questa prima reazione, se vuoi razzista o di diffidenza – alimentata anche dal sistema mediatico e dovuta alla mancanza di conoscenza dell’Altro, della loro storia e dell’emergenza subita da questa gente – ne è seguita un’altra, che ci assomiglia di più, grazie al lavoro delle persone che erano presenti sul campo. Un lavoro di grande accoglienza e solidarietà, che non va dimenticato. Questo naturalmente ha portato ad una normalizzazione della situazione.

Liberté_giu12_Paola M.

Liberté. Ph. Roberta Trani
Liberté. Ph. Roberta Trani
Liberté. Ph. Roberta Trani
Liberté. Ph. Roberta Trani
Liberté. Ph. Fulvio Colucci
Liberté. Ph. Fulvio Colucci
Liberté. Ph. Fulvio Colucci
Liberté. Ph. Fulvio Colucci
Liberté. Ph. Fulvio Colucci
Liberté. Ph. Fulvio Colucci
Liberté. Ph. Roberta Trani
Liberté. Ph. Roberta Trani

Questo è culminato anche con un momento musicale molto importante. E’ così?
Il 6 aprile un gruppo di ragazzi salentini raggiunse la tendopoli ed improvvisò un concerto nello spazio esterno al campo, con i giovani tunisini. Fu un momento straordinario di incontro, di trionfo della musica come linguaggio universale, che abbiamo anche fotografato insieme a Roberta Trani. Liberté, infatti, non zooma sugli episodi più spettacolari della vicenda, ma si ferma su due fasi di solidarietà: una è quella appena citato e l’altra è l’uscita in massa dei tunisini dalla tendopoli al grido di liberté, che è il fondamento del libro. Perché in quel momento noi abbiamo camminato a fianco alla Storia.

Ciò che abbiamo sentito tra le pagine del tuo libro è proprio la speranza di queste persone di tornare a vivere……
Assolutamente si! Noi da questa esperienza abbiamo tratto un grande insegnamento, sia per la solidarietà materiale che hanno mostrato i nostri concittadini – che si concretizzava nel dar loro indumenti, generi alimentari e non solo – sia per la risposta di questi profughi. “A un pantalone, una maglia, del cibo, che sono certamente utili, preferiamo un permesso di soggiorno, che ci darà la possibilità di uscire e di riguadagnare la nostra libertà”. Questo il grosso insegnamento, che, come dicevi, è proprio la speranza del tornare alla vita.

Il tuo libro è molto poetico. Si può affiancare un fatto di cronaca così duro alla poesia?
Il mio tentativo poetico è una provocazione legata a quello che dicevo prima: i mass-media hanno sì concentrato l’attenzione sul fenomeno Manduria lo scorso anno, ma il linguaggio mediatico di oggi non soddisfa il racconto. Probabilmente perché deve rincorrere le immagini, deve rincorrere quello che Pasolini avrebbe definito lo “slogan”. Noi, invece, abbiamo voluto, attraverso la poesia, provare a difendere questa idea del racconto e valorizzare quelli che sono gli elementi umani dell’incontro che ci fu tra noi e questi profughi un anno fa.

Cosa è successo alla tendopoli di Manduria?
La tendopoli di Manduria non esiste più. E’ stata smantellata a partire da settembre dello scorso anno, quando la protezione civile gestì una seconda fase di emergenza che riguardava i profughi sub-sahariani in fuga dalla Libia. Oggi, nell’ex-campo dell’aviazione militare americana, non esiste più nessuna traccia della tendopoli. E forse è per questo che abbiamo realizzato Liberté. Perché rimanga il ricordo di quel momento di storia e di cultura delle migrazioni in Italia.

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