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Tunisi, Ilaria Guidantoni e il suo “taxi di sola andata”

CULTURE

Ilaria Guidantoni. Ph. Osmel Fabre

Ilaria Guidantoni. Ph. Osmel Fabre

Tunisi, Taxi di sola andata è un viaggio che la protagonista Sophie (alter ego dell’autrice Ilaria Guidantoni) compie nella Tunisia post-rivoluzionaria.

Tra reportage e narrazione, Ilaria Guidantoni, che FocusMéditerranée ha intervistato per voi,  ci fa scoprire il terremoto provocato dalla “Rivoluzione dei gelsomini” nella vita delle persone comuni, quelle che la scrittrice ha incontrato in Tunisia. Il libro si avvale della toccante prefazione di Mourad Ben Cheikh, regista tunisino (“[…] è la mappa dei sentimenti ad emergere; dal coraggio ritrovato dei tunisini”) e dell’introduzione di Matteo Mecacci, presidente della commissione Diritti umani e democrazia dell’Osce.

Il suo libro è dunque un viaggio in una società cambiata e che sta cambiando molto velocemente. Ci racconta qual è stata l’idea che l’ha portata a scriverlo?
L’idea nasce dalla volontà di dare espressione e voce ad un piccolo popolo, che, finché non si è ribellato, è stato dimenticato, o meglio, visto solo come l’ospite estivo delle nostre vacanze prêt-à-porter e soprattutto di quelle di turismo di massa legato al mare. E’ nata in me, gradualmente, anche la rabbia e la responsabilizzazione di cercare di essere una voce autentica, anche se forse non esaustiva e non completa, perché ho avuto l’opportunità e il privilegio di vivere in Tunisia vicino a chi si occupava di diritti umani. Quindi, come la protagonista del mio libro, Sophie, scopro piano piano i problemi e i drammi che si nascondono dietro questa facciata di Paese dorato. L’idea di scrivere un romanzo è nata un po’ come una scommessa: girando per le librerie di Tunisi, all’indomani della Rivoluzione, ho visto un fiorire di iniziative. Solo che tutti gli autori tunisini, e anche quelli internazionali – soprattutto franco-tunisini e marocchini  – parlavano in termini di saggistica o di instant-book. L’idea, invece, era quella di raccontare una storia che non vuole essere completa, né per addetti ai lavori, ma vuol essere una testimonianza. Cosa succede nella vita di una persona comune, come in questo caso Sophie, all’indomani di un terremoto politico?

La protagonista del suo libro è infatti una donna. Quale ruolo hanno avuto, secondo lei, le donne nella Rivoluzione tunisina?
Il ruolo delle donne nella rivolta è stato molto importante, perché la Tunisia tradizionalmente affida alla donna un ruolo fondamentale. Sono forse donne più colte, più desiderose di confrontarsi con civiltà e mondi diversi. A partire dall’indipendenza del 1956 con Habib Bourguiba, la donna si è emancipata molto, grazie alle campagne di pianificazione familiare e di istruzione e poi con l’introduzione del divorzio e dell’aborto. La donna tunisina, quindi,  è una “donna europea” a tutti gli effetti. Nel momento della Rivoluzione, le donne sono scese in piazza unite, facendo vedere che la responsabilizzazione di massa, il tema dei diritti sociali e umani non è legato solo ai militanti o alle persone colte, ma anche per così dire alla signora della porta accanto. Questo è stato l’aspetto più importante della presenza femminile nella Rivoluzione, che non è una presenza solo giovane, anzi. Ho visto donne adulte che forse meglio delle giovani oggi hanno raccolto quest’eredità. Le giovani sono una generazione nata e cresciuta sotto Ben Ali in un periodo dove ci sono state una repressione culturale e una disattenzione alla politica. Questo non toglie, ovviamente, che ci siano delle eccezioni, delle blogger, delle scrittrici in prima linea. Nella rivolta tunisina le donne hanno cercato di invitare alla concretezza. Era il 14 febbraio, un mese dopo la caduta di Ben Ali, quando ho incontrato una manifestazione di donne per strada con uno striscione che recitava più o meno così: “Non è tempo di chiedere, di pretendere, ma quello di rimboccarsi le maniche“. Con la Rivoluzione è nata quella rivolta femminista che da tempo covava, cioè la richiesta delle cosiddette tre riserve da abolire: la pari partecipazione alla vita politica – e questa in parte, almeno nelle liste elettorali, è stata risolta proprio dal partito religioso che ha vinto (è importante dirlo: non solo col 50 per cento dei candidati donna, ma anche con l’alternanza nelle liste); la patria potestà condivisa – un problema molto grosso perché il divorzio è diffuso; ed infine la successione legittima sull’eredità (attualmente spettano ancora i due terzi al figlio maschio, salvo esplicito e diverso pronunciamento da parte del padre). Queste due ultime riserve sono ancora da chiarire.

La nuova Costituzione vorrebbe cambiare la posizione della donna, da uguale a complementare all’uomo? Cosa ne pensa e soprattutto cosa ne pensano le giovani donne tunisine?
Ovviamente tutti possiamo solo dire che non siamo d’accordo, ma non dovremmo correre questo rischio. La proposta di complementarità è stata fatta dal partito della Liberazione, che è conservatore e religioso. Una volta avanzata, al-Nahda l’ha bocciata. Quindi non credo che sussista questo rischio e non è neanche presente nella corrente interpretazione del Corano. Credo che sia stato San Paolo, nella prima lettera ai Corinzi, a parlare di complementarità della donna all’uomo. Quindi questa discrimination c’è spesso nelle religioni, ma poi spetta alla politica l’applicazione.  D’altronde la degenerazione politica è sempre possibile. Io penso, però, che in Tunisia sia molto difficile un’interpretazione così radicale del Corano, anche da parte delle stesse donne religiose e delle stesse donne velate che vedono, per esempio, in modo genericamente negativo il Niqab, cioè il velo integrale.

Nel suo libro si affrontano le paure e i pregiudizi di noi occidentali verso queste nascenti “democrazie“. C’è una chiave per conoscere l’altro?
Quello che io ho voluto trasmettere è la chiave, anche abbastanza ingenua, dell’ascolto. L’ascolto nel senso più profondo del termine, cioè l’accoglienza del punto di vista dell’altro: se uno ascolta e accoglie, probabilmente si mette nelle condizioni vere di conoscere senza pregiudiziali, cioè senza schemi preconcetti. Come conosce un bambino, magari anche attraverso l’emozione di un momento. E’ un po’ il percorso che fa Sophie, quindi sbagliando, deragliando però e mettendosi in una condizione di purezza, di verginità anche nel lasciarsi sorprendere. Anche solo conoscendo in modo approfondito – faccio solo un esempio -, noi parliamo di Rivoluzione. Ma dovremmo parlare di rivolta, poiché il termine al-Thûrât in arabo indica la rivolta. La Rivoluzione è qualcosa che non è dicibile nel mondo arabo, perché non fa parte della loro mentalità pensare di poter rovesciare i parametri dell’universo. Sophie, infatti, fa tante domande a tutti per cercare di arrivare ad una conclusione. Nel mondo arabo bisogna scendere dentro, a fondo, starci, aspettare. Siamo ancora in attesa. Loro stessi sono in divenire. Quindi bisognerebbe entrare e cogliere, vivendo, le sensazioni. Mi sono accorta che spesso attraverso gli altri si arriva a conoscere meglio noi stessi. 

Nell’introduzione curata da Matteo Mecacci, ho trovato emblematica una frase “[…] vale sempre la pena sconfiggere la paura della libertà”. E’ d’accordo?
Credo che sia fondamentale. E’ proprio uno dei messaggi del libro, insieme a quello di superare “l’essere turista e diventare viaggiatore”. La paura della libertà è una delle paure più diffuse, tant’è che in molti passaggi del libro si evidenzia come la censura alla libertà di espressione sia venuta meno dopo la Rivoluzione. Ma è rimasta l’autocensura. Come è rimasto il problema della responsabilizzazione rispetto alla democrazia. Come dico in un passaggio del libro: “[…] La democrazia non è un pranzo di gala, è qualcosa che si conquista ogni giorno e, quando si deve scegliere, si apre un coperchio ed esce di tutto, anche il marcio”.  Quindi sconfiggere la paura di non voler vedere, di non voler sapere per non rischiare, significa aprirsi veramente alla libertà. E’ un esercizio lungo, che i tunisini devono fare. Nella dittatura c’è paura di tutto, ma non c’è la responsabilità della scelta.

Nel suo peregrinare, Sophie incontra molti tassisti quasi sempre giovani, che le spiegano i cambiamenti e le danno suggerimenti sul suo viaggio. Qual’è il ruolo dei giovani in Tunisia? Quali le speranze?
Partendo dai tassisti, direi che sono diventati giovani con la Rivoluzione. Come dico nel libro, il tassista in Tunisia era un mestiere per vecchi, perché erano il grande orecchio del regime. Ad un certo punto si sono dileguati. La crisi economica, poi, ha fatto sì che molti giovani si siano adattati a fare questo mestiere. Il momento in cui Sophie si reca in Tunisia, è quello del grande entusiasmo post-rivoluzionario. E i giovani, che sono la maggioranza della società tunisina, sono stati i protagonisti della prima fase della “Rivoluzione dei gelsomini”. I ragazzi colti si sono potuti finalmente esprimere. E’ nato il fumetto d’autore, che prima non esisteva. E’ risorta la satira, tanta musica nuova, compreso il rap, e le arti plastiche hanno fatto sicuramente un grosso salto. La media dei giovani, però, è composta da ragazzi cresciuti sotto ventitre anni di dittatura. Quindi un’intera generazione è stata in qualche modo bruciata, disinteressandosi del suo Paese per andare a imitare l’Europa e gli Stati Uniti. Sono persone non abituate alla cultura, soprattutto non abituate ad esprimersi. E con la crisi economica qualcuno addirittura rimpiange il tempo in cui aveva un lavoro sicuro. E di questi una buona parte vota per il partito religioso, perché non ha altri parametri. Non è abituato a scegliere, quindi cerca in qualche modo una guida forte. Nelle università, poi, la rivolta per contrastare il tentativo di rendere religioso il mondo della scuola è stata fatta dagli insegnanti, non dagli studenti. Questi giovani sono più conservatori dei loro genitori, perché in questi anni sono stati come anestetizzati dalla dittatura.

 

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