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Rivoluzione libica. Un’analisi economica (parte 1)


di Gianluca Lattuada
(studente di Economia dei Mercati Emergenti presso l’Università Cattolica di Milano)

La Libia non può essere compresa tout court all’interno della cosiddetta “primavera araba”
per ragioni storico-politiche, ma soprattutto economiche.

L’errore più comune, infatti, è pensare alla rivolta libica solamente come reazione ad uno stato di dittatura, con il preludio di un cammino democratico e libertario. Esaminando con attenzione le caratteristiche della Libia, possiamo infatti notare quanto essa sia dissimile rispetto ai Paesi limitrofi, nei quali la rivolta è esplosa a causa di situazioni di povertà dovute principalmente all’aumento dei beni primari e di scarsa avvedutezza da parte della classe dominante.

In Libia, al contrario, al momento dello scoppio della ribellione il prezzo della benzina era pari a 9 centesimi/litro e il reddito pro-capite a quasi 15 mila dollari annui (contro i 4-5 mila dei Paesi confinanti). Era stata attuata una politica di stabilizzazione dei prezzi (soprattutto per la farina, il riso e lo zucchero), un piano-casa di 15 miliardi di dollari per l’edilizia popolare e un piano-infrastrutture che prevedeva la costruzione di 3 aeroporti, 10 porti e centinaia di scuole e ospedali. Si sarebbero venuti a creare 40 mila nuovi posti di lavoro, il che non è male, se consideriamo che la popolazione totale è di circa 6 milioni di persone. Al giorno d’oggi una politica economica del genere farebbe invidia a qualsiasi Stato europeo!

Diversamente, uno dei problemi principali, è la vastità del territorio libico. Gli abitanti sono concentrati nelle città (quasi il 20% a Tripoli), mentre la grande area desertica rimane arretrata. Forse anche per questo l’assetto politico è sempre stato fondato sul tribalismo: ogni zona viene posta sotto il controllo di un capo con poteri decisionali e militari. Basti pensare che, durante la rivoluzione, sia Gheddafi, sia il Cnt, cercavano direttamente il supporto delle tribù del luogo, decisori di ultima istanza.

Tuttavia, il vero problema è l’assenza di una vera classe media in grado di fungere da motore dell’economia, mentre il ceto basso, molto numeroso, continua a fare affidamento sulla “dottrina della moschea”. Ma i fondamentalisti islamici non hanno mai visto di buon occhio il Colonnello, uno dei pochi, se non forse l’unico, ad aver permesso la libertà di religione ad un livello così alto.

Gheddafi. Ph. Norbert Schiller

Ed è così che Gheddafi, allo scoppio dei disordini nel nord Africa, si è ritrovato davanti due linee di nemici: una interna, rappresentata dalla fazione musulmana che auspicava ad uno Stato più rigido, ordinato e puro (e ci sono riusciti, visto che le nuove leggi dello Stato saranno scritte sulla base della Shari’a) e una esterna, rappresentata “dall’oppressore straniero”, ed in particolare da alcuni Stati, per ovvi motivi economici. La Libia infatti è la prima concorrente delle superpotenze mediorientali nell’esportazione di petrolio in Europa.

Inoltre, a differenza di altri Paesi, Gheddafi ha sempre tenuto sotto il controllo statale i pozzi di petrolio, dati alle grandi compagnie internazionali solo attraverso contratti di concessione, causando forti dissapori tra le multinazionali che, in questo modo, non riuscivano mai ad avere massima libertà di movimento nelle loro politiche economiche.

Inutile anche ricordare i vari tentativi negli ultimi decenni di ribaltare il regime libico (il più famoso nel 1986 sotto Regan o la vicenda Lockerbie qualche anno più tardi, che causò un embargo fino al 1999). In altre parole Gheddafi è sempre stato considerato il nemico numero uno degli Stati Uniti e non solo. E la risposta internazionale alla rivolta libica ne è una conferma. Le conclusioni sono superflue. I risvolti economici anche. Si dice che tutti i contratti stipulati con il Colonnello saranno comunque rispettati. C’è da vedere quali  pretese avanzeranno i Paesi che sono stati in prima linea a fianco degli insorti. La Libia ha solo cambiato bandiera!

 

1 comment

  1. Melissa

    Ho vissuto in Libia per un po’ di mesi durante la rivoluzione a causa del mio lavoro. Trovo questa analisi accurata ma chiedo all’autore se in questo Paese ci abbia mai messo piede, prima di parlarne. Io credo di no. Soprattutto la frase: “il vero problema è una classe media che possa fungere da motore all’economia” non trova assolutamente riscontro nella mia conoscenza del Paese e del territorio. A Tripoli, Bengasi e Misurata ho conosciuto molte persone che possono assolutamente dirsi validi esemplari di una classe media e anche medio-alta. Buone scuole, conoscenza delle lingue, tanti soldi e un certo benessere. Nulla a che vedere, ad esempio, con la realtà egiziana, dove la classe media (per esempio, un maestro, un impiegato, un insegnante, un infermiere) vive in con meno soldi e in condizioni abitative e sociali di maggiore difficoltà (anche qui non parlo per e su statistiche ma per conoscenza personale sul territorio. Tra l’altro non mi dispiacerebbe sapere qual è la fonte su cui si basa il giornalista). Mi sento di dire che la rivoluzione libica è consapevole e non è esattamente figlia del bisogno. Non l’hanno fatta degli straccioni senza arte né parte. Andare per credere.

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