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Ripiantare le radici nella sua terra lo cambierà?

Oggi mi manca, amici. Aziza è triste, malinconica. Perché lui non è qui con me. È tornato nel suo Paese per un po’ di tempo, per due mesi, e io mi sento già sola.

Questo viaggio per lui era importante, inevitabile. Non tornava nel suo Paese da 15 anni: è ripartito insieme alla madre per accompagnarla. E mi chiedo se resisterò ad aspettarlo, se saprò attendere immaginando tutto quello che mi ha promesso e se il ripiantare le radici nella sua terra non lo cambierà.

Chissà se incontrerà di nuovo i suoi amici o la prima fidanzata, quella che lasciò andando in guerra. Chissà se dirà loro di me. E mi chiedo come farà a resistere rivedendo quel buco nero che ha preso il posto della casa del padre, e del padre stesso, dopo quella notte di luce, di lampi schiumosi dal cielo.

Ho paura, ho paura che odorare di nuovo il tanfo della morte rappresa sulla sabbia e sull’erba lo dividerà da me. Perché io sono sempre un’Occidentale. E il suo popolo ha sofferto anche a causa nostra, mia.

Il fatto è che, amore mio, quando non sei con me, l’assenza è insopportabile. E, quando sei con me, non posso dire: qui, adesso siamo insieme. Ma dico: noi galleggiamo nel non luogo. Perché tu e io, in realtà, non apparteniamo a nulla. Ma, insieme, apparteniamo a tutto, sempre strappando dalla nostra pelle le etichette che il mondo ci cuce addosso. Entrambi esiliati da qualcosa, proviamo a decifrare i simboli della nostra storia, declinandoli con la parola amore.

Mahmud Darwish, il poeta palestinese che leggevo sempre, anche prima di conoscerti, mi ha tolto le parole di bocca, su di noi. “Come fiori di mandorlo, diamo dei nomi che ci vengono dati e non parliamo se non per sapere come siamo”. Sì, questi siamo noi. Ma tu ricordami, amore, quando tornerai, chi siamo davvero. E se insieme saremo più forti, anche da lontano. Da più lontano.

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