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Animali in famiglia. Tra impuri e sacri, una scelta difficile

Noor è morta ieri, ancora tra le mie braccia, mentre lui era lontano. E’ morta di malinconia e di freddo. Abbiamo pianto insieme, mentre lui la salutava per l’ultima volta dallo schermo del computer. Povera colombina, fedele, dolcissima, non ha resistito all’idea di tre mesi senza il suo padroncino.

Stava con noi da due anni da quando, in attesa di un futuro insieme, e magari di una famiglia, avevamo pensato di tenere un cucciolo in casa.

Lui sa che mi piacciono i cani, anche se nella sua cultura il cane è ritenuto un animale impuro. Io so che a lui piacciono gli uccelli: animali sacri, portatori di messaggi divini per i popoli orientali. Così, escludendo il gatto perché, ahimé, siamo tutti e due allergici al suo pelo, abbiamo deciso per tenerci in casa una coppia sui generis: un cane e una colomba. L’idea ci piaceva ed è andata benissimo.

Fire, il mio terrier (fuoco in inglese), fin da subito ha familiarizzato con Noor (luce in persiano): le leccava le piume con un certo senso di protezione e lei insisteva spesso per salirgli in groppa. Insieme erano buffi, inseparabili. Un po’ come noi, forse migliori di noi.

E poi, Noor, la colomba del mio amore, bianca, di un bianco che più chiaro non si può, era migliore di qualsiasi essere umano. Era la sua ombra, ascoltava la musica, non viveva senza di lui. Quando per la prima volta il mio amore la portò in casa, Noor volò verso di me e mi si posò in grembo. Ricordo ancora il sorriso tenero e sorpreso del mio uomo, la sua mano premuta contro quel corpicino caldo che si era acquietato su di me.

Ieri l’ho seppellita. L’ho seppellita nella nuda terra. Come vorrebbe lui per sé, come vorrei io per me. Chissà dove sei adesso Noor, tu che hai avuto il coraggio di morire di nostalgia, il coraggio che io non avrò mai per gridare tutto il mio amore al mio uomo. Portaci l’innocenza dello sguardo da quel luogo che non c’è. Portaci la luce, se vedremo il buio.

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