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Aziza. Nuova serie

MIGRATION_AzizaIl Diario di AzizaNon è facile prendersi una pausa dalle brutture di questo mondo, però ogni tanto ci vuole.

Per questo non mi avete né visto né sentito per un anno. E vi confesso perché.

Lui insisteva da tempo e io non sapevo cosa fare, quale decisione prendere, perché sapevo sarebbe stato un momento di verità. E avevo paura di andare tanto lontano per conoscere il suo Paese, la sua famiglia e prendere la decisione giusta: sposarlo o meno.

Alla fine ho accettato. E ho vissuto per sei mesi in Iraq, da cui siamo tornati indietro da pochissimo. Oggi tutti parlate di questo Paese, molti senza saperne nulla, dopo che ve lo siete dimenticati per anni e non sapete davvero cosa sia. Io ho imparato a capirlo e amarlo, con grande difficoltà, perplessità, molti dubbi e grandi slanci. Ma l’impatto è stato duro.

Non è facile mettere piede in un posto dove tutte le persone, dai 40 anni in poi, hanno memoria di te come un complice della distruzione delle loro vite, famiglie, case, terre, sogni, dubbi e speranze e continuano a chiederti perché è accaduto, perché il mondo ha deciso di girarsi dall’altra parte. Tu a quel tempo eri adolescente e, se fosse dipeso da te, non avresti mai voluto sentire aeroplani carichi di morte sul cielo del tuo Paese, pronti a sgravare quel peso nero altrove. Così devi spiegare che non c’entri nulla, ma che sei figlia di quella parte del mondo e anche che non avresti voluto, e continui a scusarti e a incassare insulti e asciugare lacrime con la bocca secca di parole.

Non è facile restare in un posto così perché la bellezza di Baghdad è molle e struggente e c’è qualcosa che ti richiama alle magie delle città dei fiumi italiane: Firenze, Venezia. Quando ne hai compreso appieno la decadenza e la fierezza, pari a quella di una bellissima donna violentata più e più volte ma che si è sempre rialzata, ti chiedi come avresti sofferto nel saperle o vederle ridotte a un relitto del passato, come è Baghdad adesso. Inizi ad amarla, soprattutto al tramonto, quando si risveglia e i suoi abitanti decidono di dimenticare la morte, mangiando pesce nei ristoranti sul Tigri, fumando la narghila, divertendosi, ballando, progettando speranze di vita.

Ma è facile amare un posto così e della gente così, nonostante tutto quello che possiate pensare. Perché gli iracheni hanno millenni di storia stratificata, e si vede, e si sente. Perché sono un popolo per natura misto, lontano dalle divisioni settarie indotte con le guerre e le dittature. Nella famiglia di mio marito ci sono cristiani e musulmani, un lontano parente è yazida di Mosul, un altro è sciita di Karbala. Tutti troppo concentrati sui valori umani e troppo educati per potere lottare furiosamente su queste cose, si trovano in grandi riunioni di famiglia e si confrontano senza degenerare, ma sfottendosi. Da mia suocera, una donna alta, bellissima, dai grandi occhi verdi, piena di ricordi splendidi del passato, grande pena per il presente e incrollabile fiducia in Dio per il futuro, ho ricevuto questo insegnamento degli antichi sumeri, applicabile alla vita quotidiana e ai mille cessate il fuoco dei conflitti in atto: “Il frutto della pace è appeso all’albero del silenzio”. Amin.

Bentornati a tutti.

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