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Boats4people, attraversata mediterranea

Una carovana euro-africana attraversa il Mediterraneo con iniziative in mare e sulla terraferma. E’ partito il 1 luglio scorso il progetto boats4people con precisi obiettivi: produrre azioni in grado di fermare le tante morti nel canale di Sicilia e riportare il Mediterraneo alla sua vocazione naturale di mare di pace:  ponte tra continenti, spazio di solidarietà e libertà di movimento.

Abbiamo sentito Alessandra Capodanno dell’Arci, referente in Italia del progetto.

Come è nato il progetto boats4people?
Il progetto boats4people esiste sottoforma di idea già da più di tre anni. E’ un po’ di tempo che, insieme alla rete Euroafricana di cui l’Arci è membro fondatore, si immagina un’azione concreta volta a riaffermare il rispetto dei diritti del mare e dei diritti umani dei migranti sul mare. L’anno scorso al 17° “Meeting internazionale antirazzista” di Cecina è stata lanciata l’idea di boats4people, in occasione di un evento che si chiamava il “Vento del cambiamento”, che vedeva la partecipazione di centinaia di rappresentanti della società civile del Maghreb, Mashreck ed Europea. Proprio nel periodo in cui era in corso la Primavera araba. Ma ciò che ha portato all’’urgenza dell’azione è stato che nel 2011, nonostante il canale di Sicilia fosse monitorato dalla Nato per via dell’operazione libica, il numero dei migranti morti in mare andava aumentando in maniera esponenziale. Infatti, proprio lo scorso anno i morti accertati nel Mediterraneo sono stati 1.500.

Cosa si propone di fare il progetto boats4people e come intendete perseguire i vostri obiettivi?
Boats4people è oggi portato avanti da una coalizione internazionale  formata da 17 organizzazioni di sette diversi Paesi europei ed africani e si propone di riaffermare il principio sancito dall’art.98 della Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare, che prevede l’obbligo di prestare soccorso a chiunque si trovi in difficoltà, contro quindi i controlli di frontiera operati in violazione del principio stesso. Di consolidare, quindi, i diritti dei migranti in mare. Non ultimo quello di non essere respinti verso Paesi che violano i diritti umani più elementari.
Gli strumenti con i quali intendiamo perseguire i nostri obiettivi sono diversi. Innanzi tutto un lavoro di monitoraggio, con la traversata del Mediterraneo a bordo della goletta Oloferne e con una sorta di torre di controllo animata da due ricercatori londinesi che si occupano di oceanologia forense. Mentre noi a terra raccoglieremo le testimonianze delle persone protagoniste delle traversate. Con questo lavoro di monitoraggio ci proponiamo di denunciare ogni eventuale violazione dei diritti dei migranti sul mare. Parallelamente si intende anche tutelare i privati cittadini che nel corso di questi anni hanno prestato soccorso a migranti in difficoltà, e che sono stati accusati di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina. E che quindi sono stati esposti a procedure penali molto pesanti.

Voi state portando avanti anche un importante ricorso al Tribunale di Parigi. Ce ne vuole parlare?
L’attività giuridica di boats4people è iniziata molto prima della calata in mare dell’Oloferne – che è la parte più visibile dell’azione – perché abbiamo presentato negli scorsi mesi un ricorso molto importante al Tribunale di Parigi. Un ricorso contro ignoti per omissione di soccorso. Dove gli ignoti sono la Marina militare francese nell’ambito dell’operazione Nato, e riguarda un caso drammatico noto come “Caso Guardian” (in riferimento al quotidiano inglese che per primo lo ha denunciato). Un’imbarcazione di migranti partita nel marzo dello scorso anno dalla Libia – in piena guerra – a causa di una avaria è rimasta in mare per diverse settimane durante le quali è stata incrociata da navi militari, che hanno offerto acqua e biscotti, ma non hanno prestato soccorso, nonostante i passeggeri avessero segnalato la loro situazione. Anche padre Mussie Zerai dell’agenzia umanitaria Habeshia ha dato l’allarme alla Capitaneria di porto italiana, che per dieci giorni consecutivi ha lanciato un SOS ogni quattro ore a tutte le imbarcazioni che si trovavano nel Canale di Sicilia. Ma non c’è stata risposta. Il risultato è stato che delle 72 persone a bordo, solo nove sono riuscite a sopravvivere ed a arrivare sulle coste libiche. Le altre sono morte di fame e di sete. Un team di avvocati che collabora con noi, e che è a capo delle diverse organizzazioni promotrici del progetto, ha lavorato per recuperare i contatti con i sopravvissuti e alla presentazione di questo ricorso.

L’Oloferne è partita da Rosignano. Come è stata la reazione dei locali?
Sì, precisamente da Cala dei Medici. La prima cosa che ci ha positivamente sorpreso è stata la reazione della società che gestisce il porto e della proprietà del porto stesso, che si sono messi subito a disposizione ospitandoci gratuitamente ed esprimendo così il loro sostegno. Per noi questo è importante perché un altro dei nostri obiettivi è quello di costruire una rete di “gente di mare”, sensibile a queste tematiche e che possa quindi operare come una sorta di sistema di allerta e di denuncia parallela a quello ufficiale. I riscontri finora avuti dalle capitanerie, ma anche dai circoli velici o dalle associazioni come quella dell’Unione della vela solidale, di cui fa parte la “Nave di carta” che è proprietaria della nostra goletta, vanno verso la costruzione di questa rete. Una rete che necessita comunicazione tra il mondo associativo che noi rappresentiamo e quello del mare.

La nostra classe politica come ha reagito alla vostra iniziativa?
L’equipaggio della goletta è composto da giornalisti, attivisti delle associazioni, familiari delle vittime. Abbiamo invitato a bordo anche alcuni parlamentari ed europarlamentari, che però, per vari impegni, non possono essere presenti, ma che hanno dato la loro disponibilità per alcuni eventi in programma. Quindi un supporto, anche se piccolo, c’è.

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