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Boats4people contro le tragedie nel Mediterraneo

A luglio vi abbiamo raccontato di boats4people, una carovana euro-africana che ha attraversato il Mediterraneo con  l’obiettivo di ridurre gli incidenti mortali nel Canale di Sicilia e trasformare il Mare nostrum in un “luogo di pace”. Vi avevamo promesso di aggiornarvi. Ecco dunque com’è andata. Ce ne parla Filippo Miraglia, responsabile immigrazione dell’Arci, che ci dà anche il suo punto di vista sulle continue tragedie nel Mediterraneo, come quelle avvenute di recente a Lampedusa.

Com’è andata il progetto boats4people, l’attraversata mediterranea, di cui abbiamo parlato con Alessandra Capodanno lo scorso luglio su FocusMéditerranée?
L’Iniziativa di quest’estate a nostro parere è andata bene. Siamo riusciti a dare un certo rilievo a quello che noi consideriamo una tragedia, trascurata sia dalla stampa, sia dalla politica: le morti che si susseguono nel Canale di Sicilia e più in generale alle frontiere. Siamo quindi riusciti a puntare i riflettori su una questione che viene presa in considerazione solo quando ci sono morti e, anche in quel caso, le notizie vengono date in maniera non adeguata. Boats4people ha incontrato in mare mezzi di Frontex e della Nato. Noi pensiamo che gli Stati europei potrebbero concentrare queste forze per aiutare i migranti, non per respingerli.

Quali sono i progetti futuri di boats4people?
Boats4people è una coalizione internazionale che ha intenzione di andare avanti. Abbiamo ideato in parallelo altre iniziative. In primo luogo la costruzione di un sistema di  monitoraggio costante del Mediterraneo, che abbiamo chiamato Watch The Med: una collaborazione fra boats4people e il progetto di ricerca Forensic Oceanography del Goldsmiths College. Watch The Med opererà come una “torre di controllo civile” sul Mediterraneo, cercando di raccogliere informazioni su episodi avvenuti in mare da tutte le possibili fonti di informazione: segnali di soccorso diffusi dalla guardia costiera, immagini satellitari e differenti tipi di documentazione provenienti da marinai, dalla stampa e dai migranti stessi. Importante è anche la rete di legali e giuristi – che ci seguono nelle nostre azioni di denuncia -, che ci guida per utilizzare tutto ciò che il diritto nazionale e internazionale mette a disposizione per richiamare quindi i governi alle loro responsabilità. Boats4people punta anche a coinvolgere altri soggetti della società civile  in altre aree del pianeta. Infatti rifaremo questa iniziativa nel Mediterraneo l’anno prossimo, ma vorremmo arrivare anche all’Atlantico – nel tratto di mare tra le Canarie ed il Senegal – e negli Stati Uniti, insieme alle associazione già presenti, fino alla frontiera con il Messico.

Nelle acque del Mediterraneo le tragedie si susseguono senza fine. Il tragico naufragio avvenuto nei giorni scorsi a Lampedusa purtroppo non è frutto del caso…..
Noi come Arci questo lo diciamo da tanti anni.  E lo ha ribadito anche la coalizione di boats4people: le persone disperate che si imbarcano rischiando la vita, mettendosi nelle mani dei trafficanti, pagando migliaia di euro, lo fanno perché non possono agire in altro modo. Nei Paesi dell’Unione europea c’è un indirizzo: concentrarsi sulle politiche di controllo e di respingimento degli stranieri, senza prevedere delle vie legali di ingresso. L’Europa in tutti questi anni ha discusso a lungo come concordare delle regole comuni sull’ingresso per lavoro e non si è riusciti a trovare una soluzione che mettesse d’accordo tutti i 27 Paesi membri. Per cui abbiamo 27 diversi modi di affrontare il problema. Si sono trovati dei punti in comune nel mondo del lavoro solo per gli ingressi di lavoratori altamente qualificati, ma la gran parte della gente che arriva non ha un’alta scolarizzazione. Anzi, sono persone che poi entrano nel mondo del lavoro facendo i mestieri più umili. Quindi sino a quando non si troveranno degli accordi reali, non potremo dire che è il destino o il fato a produrre tanti morti, ma sono le leggi e gli accordi mancanti.

Sappiamo che i familiari dei tunisini che risultano dispersi, tra l’altro, hanno dato vita in questi ultimi giorni ad una serie di vivaci manifestazioni di protesta contro la mancanza di notizie sulla sorte dei congiunti. Voi siete in contatto con alcune di queste persone?
Siamo già in contatto con queste persone perché abbiamo relazioni con alcune associazioni della società civile tunisina. Abbiamo chiesto al nostro governo di far in modo che i sopravvissuti si mettano in contatto con i loro familiari e molti lo hanno già fatto. Naturalmente spingiamo affinché le ricerche dei dispersi continuino, per far sapere a queste persone che fine abbiano fatto i loro cari. Credo comunque che, da parte del governo italiano, ci sia questa volontà. Infatti le ricerche della guardia costiera sono ancora in corso.

Secondo lei è sufficiente fare come suggerisce il ministro della Giustizia italiano Paola Severino e cioè «colpire efficacemente coloro che organizzano il traffico di migranti, intervenendo alla radice del fenomeno»?
Secondo me questo non è sufficiente. Secondo me questa è proprio una sciocchezza! Noi abbiamo visto come, più autorevolmente di noi, l’Alto Commissariato per i rifugiati ha dichiarato che la gran parte di quelli che arrivano via mare sono persone che provengono da aree del mondo in cui ci sono guerre e persecuzioni. Come ad esempio quelle provenienti dal Corno d’Africa, che sono il numero più consistente di migranti che sbarca sulle nostre coste.  Arrivano con i trafficanti perché non ci sono altre strade. Paradossalmente da un lato le leggi producono le condizioni per cui i trafficanti possano fare affari, e dall’altro se non ci fossero i trafficanti queste persone non potrebbero scappare dai Paesi in guerra. La storia ci insegna che l’inasprimento delle pene e l’aumento dei controlli non fa che rendere più difficile la vita di queste persone, costrette a fuggire dai propri Paesi. E i trafficanti cercheranno strade diverse, più pericolose e quindi più costose, che non faranno altro che aumentare il numero dei morti.

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