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Buste e bustarelle

Altro che questione di feeeling. Certe volte è questione di busta. Sì, esattamente, quella roba rettangolare (o quadrata) dentro cui, fino a pochi anni fa, si sigillavano pensieri, parole, speranze, amori, arrabbiature, addii. Adesso è abbastanza fuori moda. Tutto oggi viaggia per sms, email, attachments, fredde missive di un’era che non si prende più il tempo di pensare con il cuore.

Fatto sta che la busta, se escludiamo chi si ostina ancora a ricevere le bollette all’indirizzo fisico e non sul conto corrente bancario e qualche coppia di sposi ancora fedele al rito dell’invio della partecipazione, è missing. Scomparsa.

Non solo. Ormai per busta intendiamo un’altra cosa. La busta, per gli italiani del 2012, è solo quella della spesa. Sempre che le belle solide bustone di plastica del supermercato resistano ancora. Con la manìa dell’ecologico sono diventate friabili come frollini. Così le massaie si danno al riciclo di bustone più eleganti e capienti, rigorosamente di tela rinforzata, in modo che la bottiglia del vino, associata a quella di candeggina, non spacchi la famosa busta per rovinare a terra miseramente.

A prescindere, la busta ha conosciuto un triste declino dagli anni di Mani Pulite in poi. Il suo innocuo diminutivo, bustarella, è diventato un tormentone cavalcato dai media e abusato nella lingua comune. Usarlo implica scenari di reati da Prima (ma anche da Seconda) Repubblica che non hanno nulla di buono.

Però, guai a sminuirne il significato, il segno, la percezione di signorilità e discrezione che essa ha nei Paesi arabi. E il mio compagno è uno dei paladini dell’onorabilità della busta. Vi racconto questa. Da qualche anno, cioè da quando lui conosce la lingua italiana quasi alla perfezione, essendo anche un intellettuale laureato in letteratura nel suo Paese, ha iniziato a dare lezioni di arabo classico. E’ davvero bravo, a mio parere un po’ troppo rigido con i suoi allievi, specie i lavoratori che comprendi dopo un paio di incontri che non studiano a casa non per cattiva volontà ma prchè non hanno tempo nemmeno di respirare. Comunque sia, i  suoi allievi lo pagano ogni mese. C’è chi versa il bonifico in banca e chi preferisce i contanti. Quasi tutti arrivano con la cifra da consegnargli nel portafogli e la lasciano sul tavolo a lezione conclusa. Avevo già intuito che questo modo di agire gli dava fastidio, ma non diceva mai nulla.

Poi è arrivato il giorno in cui ha sbottato senza avvisare nessuno. L’allievo era arrivato appositamente per assolvere al suo compito di “cliente-discente”. Avrebbe dovuto pagare il professore giusto quel giorno. Così, apre il portafogli, tira fuori 200 euro e li consegna al docente  con un sorriso. Lui allunga la mano, prende il cash e poi contrae il suo viso in una smorfia  di disprezzo. E gli sento dire una cosa così: “La prossima volta trova una busta, per piacere. Non sono un commerciante di frutta e verdura o un pescivendolo”. Ho visto il ragazzo un po’ basito. Si è zittito per un attimo e ha aggiunto: “Scusi professore, a parte che a casa mia non esistono buste da lettera, ma credevo che le suonasse come un insulto. Sa com’è, in Italia se dai una busta in mano a qualcuno, non sai mai cosa c’è dentro”.

Ecco, ci sono dei casi in cui la comprensione culturale è tutta una questione di busta. Anche se a fare la dfferenza è solo quello che ci abbiamo messo dentro.

 

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