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“Carta di Lampedusa”, prossima tappa Bruxelles

MIGRATIONcimitero barche lampedusa_ Ph. Gianna FellerLampedusa. Di solito il viaggio dei migranti finisce proprio qui, a volte anche tragicamente. Per questo centinaia di attivisti, arrivati da numerosi Paesi europei e non, si sono incontrati lo scorso febbraio per definire a approvare la “Carta di Lampedusa“. Il documento, nato dopo la strage del 3 ottobre 2013 alle porte dell’isola italiana, vuole promuovere i diritti e libertà di chi inizia il suo viaggio della speranza verso l’Europa.

E se da Lampedusa la Carta arrivasse anche a Bruxelles? Abbiamo sentito Giacomo Zandonini, giornalista freelance e operatore sociale che ne ha seguito la scrittura e ha realizzato un documentario sull’incontro di febbraio insieme alla testata Unimondo.

ll Mediterraneo è considerato la periferia dell’Europa, come fare per ribaltare questa visione?
Il Mediterraneo purtroppo è concepito ed è stato costruito come spazio di frontiera. Lampedusa è un posto abbandonato dalle istituzioni. Se non ci fosse la questione dei migranti, avrebbe tantissimi problemi a cui far fronte: dalla fornitura di acqua alle scuole in decadimento. Paradossalmente Lampedusa è sempre sotto i riflettori mediatici, non per affrontare i problemi che queste persone vivono tutti i giorni, ma solo per ribadire il suo essere “periferia”. La militarizzazione dell’isola non aiuta sicuramente la distensione del clima che si respira. In tutto il nostro sud ci sono ancora basi militari statunitensi, proprio per l’idea che il Mediterraneo sia uno spazio da controllare e non un luogo di incontro e di potenzialità incredibili. Concretamente, se si potesse avviare la politica dei visti, rendendo libero l’accesso delle persone, le condizioni di movimento sarebbero più sicure e si eviterebbero queste tragedie immani. Si avrebbe una conoscenza maggiore dell’”altro” e si ridarebbe al Mediterraneo quello che era il suo ruolo nella storia: culla di scambio non solo di merci, ma anche di cultura. Ciò che oggi sopravvive solo grazie a noi singoli cittadini, che, attraverso i social, le organizzazioni ed altro, continuiamo ad avere rapporti con l’altra sponda del nostro mare.

Come è partito il progetto della “Carta di Lampedusa”?
Tutto è nato dopo la tragedia del 3 ottobre 2013 a Lampedusa, seguita a breve distanza da quella avvenuta l’11 tra Lampedusa e Malta: dalla reazione di sconcerto provocata da questi continui drammi e dal vedere che le misure “risolutive” prese dal governo in realtà non hanno portato che all’inasprirsi di una situazione già grave. Nei mesi successivi, inoltre, abbiamo notato che le reazioni non hanno tenuto conto dei bisogni reali di queste persone. Ricordiamoci che molti di loro scappano da situazioni tragiche di guerra, di degrado e di violenza. L’operazione “Mare Nostrum”, presentata come la risolutrice di tutti i problemi (monitoraggio delle nostre acque tramite lo spiegamento di forze militare per individuare le persone che arrivavano sulle nostre coste e salvarle in tempo), di fatto ha aggravato la situazione. Impiegare forze militari per una missione umanitaria ha aumentato  i rischi: per sfuggire ai controlli sono state cambiate le rotte con viaggi più lunghi e pericolosi. Partendo da ciò, due organizzazioni che si occupano di diritti di cittadinanza – Melting Pot Europa e Askavusa  hanno pensato fosse giusto stilare un documento che affermasse in qualche modo i diritti di queste persone senza voce. Le adesioni sono state tante e da lì tutto è cominciato. La Carta è stata stesa dopo varie conferenze. La si può leggere e firmare on-line. Le associazioni partecipanti erano differenti: gruppi dei centri sociali, organizzazione di ispirazione religiosa, … per questo credo che il risultato sia omogeneo e che abbia tenuto conto delle diverse anime dei partecipanti. In questo documento si è cercato di capovolgere la visione delle migrazioni mettendo al centro le persone e la libertà di ognuno di loro di muoversi e di decidere dove stabilirsi, quindi di superare i confini geografici e mentali. Perché i confini come sono concepiti oggi creano solamente esclusioni e cittadini di serie A e serie B.

Quali sono i punti salienti che emergono dal documento?
Uno dei punti toccati è quello del rispetto delle diversità culturali, che sono per tutti un fattore di arricchimento. Nella Carta, poi, non si parla di migranti, ma di persone che si muovono. Siamo tutti titolari della libertà di muoverci, di restare, di decidere dove stabilirci. L’importante è lavorare tutti insieme senza creare ghetti e senza parlare a loro nome, ma aiutandoli a essere padroni delle loro rivendicazioni.

Che cosa succederà adesso? Qual è la prossima tappa della “Carta di Lampedusa”?
Tra maggio e giugno partirà una carovana da diversi Paesi europei per portare la Carta di Lampedusa a Bruxelles. La sfida che ci attende adesso, però, è quella di concentrarci sui territori italiani, per discuterne e mandare avanti iniziative che creino pressione per una nuova legislazione, per chiudere i centri di detenzione e per cambiare le politiche che fino adesso sono state fallaci. Tra poco, inoltre, sarà pronto il documentario girato proprio a Lampedusa, che cercheremo di promuovere in giro per l’Italia.

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