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Dove stiamo andando? Verso una società plurale

WhereAreWeGoingFilo spinato_Angelo Redaelli_640Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo (Parigi, 10 dicembre 1948)

Articolo 13
1- Ogni individuo ha diritto alla libertà di movimento e di residenza entro i confini di ogni Stato.

2 – Ogni individuo ha diritto di lasciare qualsiasi Paese, incluso il proprio, e di ritornare nel proprio Paese.

Articolo 14
1- Ogni individuo ha il diritto di cercare e di godere in altri Paesi asilo dalle persecuzioni.

2- Questo diritto non potrà essere invocato qualora l’individuo sia realmente ricercato per reati non politici o per azioni contrarie ai fini e ai principi delle Nazioni Unite.

Roma – Non sapremo probabilmente mai cosa davvero conoscessero, del mondo, le grandi civiltà remote; per millenni le avare vie di conoscenza dell'”altro” furono infatti percorse solamente da commercianti (di fatto, i primi “ambasciatori”), guerrieri, migranti. A incidere maggiormente sui tessuti sociali furono questi ultimi: da un lato le comunità di origine rimanevano prive a lungo se non definitivamente delle forze e delle potenzialità di chi se n’era andato, dall’altro le comunità di accoglienza dovevano all’improvviso interloquire con chi arrivava proponendo sconosciuti usi costumi credenze comportamenti.

Che si avviasse il classico meccanismo dell’attrito con il diverso era inevitabile; altrettanto inevitabile, risolverlo. Come oggi.

Da sempre – le prime migrazioni di cui si abbia conoscenza risalgono a un paio di milioni di anni fa, riguardanti specialmente l’Africa – alla base delle partenze, collettive e individuali, fu l’esigenza di fuggire da condizioni di vita non (più) sopportabili. Devastazioni, cataclismi, guerre, invasioni, tirannidi. O, più semplicemente, fu determinante l’anelito ad “andare”, conoscere vivere sperimentare “altro”. Ulisse è nel dna umano, la Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo lo ha assurto a diritto.

Agevolate dalla diffusione di informazioni e dallo sviluppo dei trasporti, oggi le migrazioni ricevono ulteriore slancio dal processo di globalizzazione. Perché dovrebbero trarne vantaggio (come finora) soprattutto le banche, e gli speculatori della finanza, le organizzazioni criminali, le multinazionali? Perché le imprese possono tranquillamente investire in Paesi che garantiscono costi del lavoro più bassi e dunque profitti più alti, ma ai singoli individui è vietato migrare per cercare condizioni di vita migliori? Perché la circolazione delle merci appare sempre più libera e quella delle persone sempre più limitata?

Di fatto, oggi in Europa per fermare le ondate migratorie si utilizzano varie forme di violenza: legale e non fisica, politica, sociale, psicologica. Di fatto, oggi come ieri violenze e leggi ad hoc non fermano gli spostamenti (al massimo, impongono momentanee battute di arresto). Nuove rotte, mezzi, spinte, soluzioni e domande ogni volta neutralizzano fili spinati, muri, ricatti, repressioni, respingimenti, anatemi. Di più: Ulisse riesce – il più delle volte – a sconfiggere persino la paura, che nella realtà è l’ostacolo maggiore. In alcuni Paesi di accoglienza europei, la paura viene sovente razionalizzata in angosce economiche. Ma lo sgomento più profondo, a volte non confessabile neppure a se stessi, è che questi stranieri “ci cambino”, che la loro vicinanza stravolga i nostri costumi credenze comportamenti.
Come devono essere fragili, queste identità che continuano a reclamare protezione.

Di fatto, alla base dello sviluppo umano c’è (stato) sempre, faticoso e fertile, l’interagire delle diversità etniche, culturali, sessuali, religiose, sociali, professionali, di ogni genere. Istanze che o si dilaniano fino all’asfissia preludendo a società uniformi, mortificanti e mortifere, oppure si articolano in modo dialettico e aprono a società vive, plurali, a volte anche conflittuali, ma strutturate su ordinamenti giuridici che impongono dignità e coesistenza.

Così doveva essere l’Impero romano, capace di armonizzare e vivificare le tante genti. Affondati nel Mediterraneo, noi italiani dovremmo tenerlo ben presente per ragioni storiche e – forse ancora più cogenti – geografiche.

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