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DoveStiamoAndando? A cercare di rimanere umani

ROMA – Riflettono alcuni miserabili che se nel Mediterraneo aumenta il numero dei migranti affogati, diminuiranno le partenze: così sarà salva la razza italica, europea – e bianca. Nel frattempo, alcune fake news confezionate su tavoli non necessariamente nostrani vomitano escrementi che per molti costituiscono linfa. Per omissione di soccorso e omicidio volontario la procura di Palma di Maiorca intanto indaga la Guardia costiera libica, il capitano del mercantile Triades e “chiunque abbia avuto un ruolo” nel naufragio del 16 luglio nella zona Search and Rescued (Sar). Fondamentali, la testimonianza e il soccorso della Ong Open Arms di Badalona (Barcellona).

Lorenzo Leonetti, testimone di quel naufragio e sovente sulla Open Arms come volontario cuoco, sollecita la presenza a bordo, a fianco di giornalisti e operatori umanitari, anche di alcuni colleghi cuochi famosi, le cui equipe di collaboratori sono spesso composte per almeno la metà di migranti.

Chi sono i finanziatori?
I fondi, tutti privati, provengono per grande maggioranza dai cittadini catalani, tutti molto legati alla vita marina; ci sono anche spagnoli, greci, italiani. Fra i gruppi, il  più noto è la Polisportiva di Barcellona, di cui fa parte il Barcellona football club; fra i singoli, il famoso cestista Marc Gasol (che era con noi il 16 luglio) della National Basketball Association. Altri contributi arrivano da promozioni, volantinaggio, vendita di gadget ecc.

L’equipaggio è normalmente di 19 persone; 2 gommoni di salvataggio. Quasi 60mila vite finora salvate; 46 missioni, ognuna con l’appoggio del veliero Astral, donato da un industriale italiano ai tempi dell’emergenza di Lesmos.
Su entrambe le imbarcazioni, sono regolarmente registrate tutte le conversazioni e i contatti radio che avvengono durante le missioni di soccorso.

A handout photo made available by Spanish NGO ‘Proactiva Open Arms’ on 18 July 2018 shows of a body (L) among a shipwreck in which a surviving Cameroonian woman (C) is found and rescued, in the Mediterranean, 17 July 2018. Proactiva Open Arms’s ship ‘Astral’ rescued the woman from the Mediterranean Sea a day before. The woman was found next to the bodies of an other woman and a little child. EPA/Proactiva Open Arms

Cos’è successo, il 16 luglio?
Al largo delle coste tunisine, più o meno nel cosiddetto canale di Sicilia, verso le 12 sentiamo alla radio l’SOS del mercantile privato Triates, che avvista un gommone con 100/150 persone, a circa 80 miglia dalla costa libica. Come da legge del mare, l’imbarcazione si ferma e attende un ordine da parte di un corpo militare. La Guardia costiera italiana tace; del resto, il ministro dell’interno Matteo Salvini ha più volte dichiarato che nell’area Sar i salvataggi saranno di esclusiva competenza della Guardia costiera libica, che è in grado di provvedere molto bene e di riparare in un porto sicuro (in proposito vedi il rapporto UNHCR che nei centri di accoglienza libici ha documentato torture, violenze, persone vendute come schiavi, ndr)

Tra le 19 e le 20 la Guardia costiera libica ordina al mercantile di andarsene, sarebbero intervenuti loro. Da quel momento sparisce qualsiasi comunicazione.

Poco dopo, Òscar Camps (fondatore della Open Arms) e Riccardo Gatti (capitano e portavoce italiano) decidono di recarsi sul luogo del naufragio. La prassi prevede di consegnare i giubbotti di salvataggio alle persone in pericolo, caricarle su un’imbarcazione sicura, infine bucare il natante per evitare ogni eventuale riutilizzo. Le recenti restrizioni alle attività delle Ong non possono evidentemente tacitare domande del tutto legittime su modalità di intervento, numero di persone salvate, vittime, destinazioni.

Deve avere un autocontrollo notevole, Lorenzo Leonetti. Fermo, seduto, voce e volto neutri. Solamente la mano sinistra, ogni tanto, passa e ripassa leggermente, brevemente, sull’avambraccio destro all’altezza del polso.

Navighiamo fino alle 7 di mattina, quando, a poche decine di metri, vediamo i resti di un’imbarcazione, pezzi di gomma e di legno che tengono parzialmente a galla tre corpi: una donna morta, un bambino morto, una donna ancora in vita – Josefa, aggrappata a un legno e in avanzato stato di ipotermia. Come da legge del mare, carichiamo tutti a bordo. Siamo a circa 90 miglia da Malta, più o meno anche da Lampedusa. Per le successive dieci ore la Open Arms, la Astral e la nostra sede centrale invano chiedono un porto sicuro dove sbarcare. Rimaniamo lì, con i relitti davanti agli occhi, i cadaveri a bordo, Josefa sotto choc. Nel tardo pomeriggio una dichiarazione di Salvini, ripresa dalla stampa, sospetta che stiamo fingendo tutto e anticipa che un “ente terzo” ci avrebbe smentiti. A un certo punto la Guardia costiera italiana offre per la superstite un elisoccorso, non avremmo saputo diretto dove; per i cadaveri, nulla. Passano altre ore.

Camps e Gatti decidono di dirigersi in Spagna. Alle 23 ci concedono Catania quale porto di sbarco: il più lontano, nonché sede del procuratore Zuccaro, da oltre un anno impegnato nella vana ricerca di prove di complicità fra Ong e scafisti. Quattro giorni dopo arriviamo a Palma di Maiorca.

Accolti come?
Ci ringraziano la Marina, la Guardia costiera, la Capitaneria di porto e la Polizia di stato. Ci fanno un cenno di saluto i mercantili, gli yacht privati, i traghetti, tutte le imbarcazioni che stanno in quel momento uscendo dal porto.

L’Italia era così lontana.

Dopo qualche giorno, al rientro, la prima cosa che vedo è la fake news sulle unghie di Josefa.

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