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Il giorno del sacrificio

Sono passati pochi giorni, appena quattro, dalla festa del sacrificio. L’Eid al-Adha, giorno sacro per i musulmani, la “grande festa” per eccellenza.

Il questo giorno il mondo islamico ricorda l’episodio descritto nel Corano in cui Abramo (Ibrahim) viene fermato dall’angelo mentre sta per sacrificare suo figlio Ismaele, poi sostituito da un montone (la differenza con la Bibbia sta nel fatto che il figlio da sacrificare lì era Isacco).

I musulmani di tutto il mondo, in questo giorno, sacrificano come Abramo un animale, solitamente un montone, che viene sgozzato recidendo la giugulare, per permettere poi al sangue di defluire. Non so se vi siate mai trovati in una situazione del genere, ma vi posso assicurare che la scena è pietosa. Non tanto e non solo per il sangue che la bestia perde, ma perché prima di morire emette un grido davvero straziante.

Ora, vi chiederete. Se un musulmano doc decidesse di celebrare di tutto punto l’Eid al-Adha a Milano, dove e soprattutto come potrebbe eseguire il sacrificio rituale? Dove potrebbe portare il suo montone? Questo è il problema.

A noi è successo ed è stato un episodio indimenticabile, soprattutto per quel che ne è scaturito poi. Il mio uomo, se devo essere sincera, ama questa festività ma appartiene a quel novero di musulmani sensibili che considera alcune riproduzioni pedisseque della tradizione come barbariche. Per questo è anche molto criticato. Non ha mai sacrificato un capretto ed è pure vegetariano. Ma se un amico lo invita, ecco lui va.

Quest’anno l’invito è partito da amici di amici. Venite, venite: Mohammad, l’amico di Ali, quello che lavora in cascina, è riuscito a procurarsi un montone. Fa una festa grande nelle campagne del milanese. Saremo una cinquantina, siete invitati. All’inizio eravamo perplessi. Lui sa bene cosa succede durante l’Eid. Io no, ma me l’immaginavo. Comunque sia, siamo andati, con lo spirito di chi sta per assistere alla corrida, ne comprende la tradizione ma non ne approva la crudeltà.

Arrivati in cascina, abbiamo trovato una marea di gente. Molti di loro, lontani dalla patria da anni, non si ricordavano più il rito. Erano presi dall’eccitazione, uomini e donne (beh, più uomini che donne). Guardandoli, tra l’altro, mi chiedevo quanto, ormai, noi europei siamo distanti dal mondo rurale, da questo legame diretto con la terra, gli animali, il sangue, l’essenzialità del vivere, del sopravvivere. Ci preoccupiamo alla vista del sangue e non ci scandalizziamo di gettare nella spazzatura tutti quegli animali morti che ci aspettano mummificati nei freezer dei supermercati.

Bando alle mie riflessioni filosofiche, la cosa è andata così. Arrivato il momento, il  coraggioso Mohammad si è presentato con un coltellaccio. Non tutti hanno voluto assistere. Io ero l’unica donna. Il mio uomo si è tenuto lontano alla vista. Ha visto troppi morti nella sua vita: un animale sgozzato in più accrescerebbe il peso del vivere che porta nel cuore.

Mohammad si è avvicinato al povero montoncino legato alla staccionata. La creatura gli ha regalato un ultimo sguardo mite prima di vedersi piombare la mannaia sul collo. Al primo fiotto di sangue, ho sentito un grido di donna violata, un urlo spezzato nel suo punto più alto, un acuto-grave terribile e terrigno. Non ho chiuso gli occhi, non ho portato le mani sulle orecchie. Qualche uomo ha battuto le mani appena l’animale si è accasciato per terra, nella sua placenta di sangue, morto.

Sono rimasta ferma, imbambolata. Nella mia memoria si era cancellata l’immagine di mia nonna, che teneva saldamente in mano una gallinella, pronta a tenderla a mio nonno affinché le tirasse il collo. Aveva il cuore tenero, mia nonna. Non era mai riuscita a fare del male nemmeno a una sola creatura che passasse sulla terra.

E’ stato allora che il mio uomo si è avvicinato. “Spostiamoci, questo posto puzza di sangue”.  Da quando è riemerso dalla guerra, non sopporta nemmeno l’odore della carne arrosto. Ci siamo incamminati in direzione opposta a quella del luogo del sacrificio, puntando a una altro capannone della cascina. Arrivati al recinto degli agnelli, si è fermato. “Per fortuna non abbiamo vicini intorno, qui. Pensa che qualche anno fa un pakistano ha festeggiato l’Eid sgozzando un montone nel suo giardino nel Michgan. La vicina americana, sentendo quel grido e vedendo tutto quel sangue, ma non avendo visto il montone, chiamò a polizia. Pensava che l’uomo fosse un membro di Al-Qaeda”.

Mi sono fatta una bella risata. “Noi ne sappiamo qualcosa di misunderstanding culturali”, mi ha detto, baciandomi. Il nostro sguardo si è posato sugli agnellini belanti e ho pensato quante donne, uomini, bambini muoiono come animali, senza sapere perché, senza accorgersi di essere venuti al mondo.

Poi, ho avvertito una luce fredda, bluastra e lontana alle nostre spalle. In fondo, scontornato dalla nebbia, Mohammad con il coltellaccio in mano stava parlando con due agenti appena scesi da una volante della polizia.

 

 

 

 

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