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Il valzer degli addii

Avevo iniziato a pensarci prima che finisse il giorno: queste saranno le mie ultime 24 ore insieme ad Asmaa. L’aereo partirà nel cuore della notte. Non mi risveglierò più, domani, dentro questo letto.
Devo lasciare una buona impressione di me. Devo cercare di dirle o farle capire tutti i sottintesi, gli intesi, i non detti tra due donne che amano lo stesso uomo. Potrò abbracciare, per l’ultima volta prima dei prossimi mesi, quei figli non miei ma che hanno mostrato di accogliermi come una madre putativa – se ce ne dovesse essere la necessità -, una donna rispettabile, un’amica di famiglia al vaglio dell’intimità più grande tra esseri che si amano sotto lo stesso tetto.

Credo che Asmaa avesse pensato la stessa cosa, quando a colazione ci siamo riviste. Sapevamo entrambe che sarebbe stata l’ultima chiacchierata insieme, prima che altri eventi ci avessero separato. Sorridere dei bambini, ridere di noi: ci eravamo date questo imperativo tacito. Ma io sapevo che tra noi sarebbe venuta fuori una verità e per questo era necessario passare del tempo da sole, trovarci in due da qualche parte.

Mentre sorseggiavo il mio tè, in attesa che Asmaa si sistemasse trucco e hijab per uscire, mi perdevo nelle evoluzioni dei pappagalli in sala, lasciati liberi dopo il sonno notturno. Mi chiedevo se noi due non fossimo così. Scelte da qualcuno per vivere insieme e condividere lo stesso destino. Quale soluzione per noi se non quella di farci piacere questa condizione? Se non accordarci e concederci una libertà relativa in amore, preferendo al possesso la complicità nella condivisione?

Mi chiedevo se Asmaa riuscisse a capire fino in fondo quali limitazioni mi stavo dando – per amore, solo per amore – in quanto donna occidentale. E se mi avrebbe fatto capire che, almeno per quanto riguardava lei, nulla avrebbe ostacolato una mia possibile unione con Omar.

Lo capii più tardi, mentre eravamo in visita all’unico magnifico museo della città. Lei, col suo passo trascinato e instancabile, come quello dei grandi eroi, dei reduci di guerra che non passano in rassegna nessuna ferita ma vanno avanti in modo inesorabile, costi quel che costi, mi stava accanto vetrina per vetrina, esposizione per esposizione. Nei suoi occhi c’era la gioia grande di mostrarmi che sì, che stava facendo tutto questo per me ma che il meglio doveva ancora arrivare.

E arrivò la sera, quando, accompagnandomi con gli occhi mentre facevo le valigie, l’avevo sorpresa a guardarmi già con nostalgia. Mi ero girata. Avevo promesso a me stessa che l’avrei fatto e lo feci. “Mi vuoi bene, Asmaa?”, chiesi. E lei: “Sì, sorella, sì”. Una pausa tra noi. Toccava a lei. Tutto dipendeva da lei. Sapevo che le costava dirmi quello che mi stava dicendo. Ma, forse, la sua educazione, l’ineluttabilità della sua condizione, le rendevano possibile quello che io, se non avessi mai incontrato Omar, non sarei mai riuscita a capire, a dire, a sopportare. “Gloria, sei l’unica amica di Omar che accetto. Per me adesso sei una sorella, mia sorella. Ciò che poteva dividerci da oggi in poi, per quanto dipenderà da me, ci potrà solo unire”.

Non c’era incrinatura nella sua voce. Solo calma, serenità e calma. Qualcosa di molto più partecipato della rassegnazione. Del resto, non poteva essere rassegnazione. Asmaa aveva in mano la mia vita, il mio futuro. Quando mi voltai davanti alla porta per darle l’ultimo saluto, prima di saltare sul taxi e raggiungere il Terminal, vidi la fermezza dei suoi occhi, la forza di chi ha già messo radici, l’autorevolezza della padrona di casa. E capii che io avrei dovuto ancora chiedere permesso prima di entrare di nuovo, quando lei, ancorata alla maniglia della porta, già si preparava a richiudermela alle spalle.

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