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Italia, nazione multietnica. L’Altro è già tra noi


 
“88.639 residenti stranieri nel 1861, anno dell’unità d’Italia, 4.570.317 a 150 anni di distanza”. Questo è il primo dato fondamentale emerso durante la presentazione del Dossier Statistico Immigrazione 2011 –  il rapporto annuale pubblicato dalla Caritas Italiana, insieme con la Fondazione Migrantes e la Caritas diocesana di Roma –  che si è tenuta a Roma lo scorso 27 ottobre. Scattando dunque una istantanea del nostro Paese, appariamo una nazione multietnica. Ma, in realtà, fino a che punto riusciamo ad integrarci e a rendere labili i confini socio-culturali che ci dividono dall’Altro? E davvero le istituzioni riescono a garantire il rispetto dei diritti dell’immigrato?

LA MIA VERITÀ – L’immigrato ci serve: è utile per i lavori con i quali non vogliamo sporcarci le mani. Ma allo stesso tempo continuiamo a rifiutarlo come un avente diritto alle nostre stesse opportunità. Vorremmo quasi che sparisse appena terminato il turno in fabbrica o nei campi. Perché abbiamo paura dell’Altro? Abbiamo una identità troppo debole? O cerchiamo una giustificazione alla nostra precarietà? E quanto la politica e l’informazione ci forniscono la dimensione reale del fenomeno immigratorio?  Voi, cosa ne pensate? Nel 1988 Luigi Manconi e Laura Balbo elaborarono la teoria degli ‘imprenditori politici dell’intolleranza’: creare deliberatamente una diffidenza verso le minoranze, soprattutto in campagna elettorale. Dinanzi ad una parte politica che vuole influenzarci, c’è la nostra debolezza ad elaborare una analisi critica e a-pregiudiziale verso lo straniero.

Al di là di personali concezioni politiche del fenomeno dell’immigrazione, le statistiche mostrano che, in un Paese come il nostro in cui l’economia va a rilento e si sono persi migliaia di posti di lavoro, l’immigrazione può essere d’aiuto.La popolazione immigrata è più giovane (32 anni, 12 in meno degli italiani),  incide positivamente sull’equilibrio demografico con le nuove nascite (circa un sesto del totale) e  sulle nuove forze lavorative, è lontana dal pensionamento e versa annualmente oltre 7 miliardi di  contributi previdenziali, assicura una maggiore flessibilità territoriale e anche la disponibilità a inserirsi in tutti i settori lavorativi. Inoltre crea autonomamente lavoro anche con i suoi 228.540 piccoli imprenditori, si occupa dell’assistenza delle famiglie, degli anziani e dei malati, sta pagando più duramente la crisi in termini di disoccupazione e complessivamente rende più di quanto costi alle casse dello Stato”.

E, altro fattore importante, l’insediamento degli immigrati diviene sempre più stabile; lo si evince su tre versanti: unioni familiari (tra il 1996 e il 2009 i matrimoni misti sono stati 257762), istruzione e sanità.

Secondo il rapporto Alunni con cittadinanza non italiana 2010-2011, presentato a Milano dal Ministero dell’Istruzione e dalla Fondazione Ismu, sono poco più di 711mila gli alunni stranieri in Italia, pari al 7,9% di tutti gli studenti, dalla scuola d’infanzia fino ai licei e agli istituti tecnici. In tutto 37.454 in più rispetto al precedente anno scolastico. Gli studenti stranieri si indirizzano maggiormente verso le scuole professionali e gli istituti tecnici e la percentuale dei bocciati è molto più alta rispetto a quella dei bocciati italiani.

Sempre l’Ismu, durante il convegno Confini e irregolarità, ha evidenziato che il legislatore italiano, attraverso una interpretazione più estesa dell’art. 35 del T.U., è riuscito a garantire le cure urgenti agli stranieri irregolari, assicurando erogazione gratuita delle prestazioni sanitarie per coloro privi di risorse economiche, con l’esplicito divieto di segnalazione di un irregolare che accede alle cure.

E’ dunque un dato di fatto che gli immigrati costituiscano una importante forza lavoro, laddove molti italiani rifiutano di fare certi mestieri alla base della nostra economia. L’Europa sostiene che ne abbiamo sempre più bisogno; occorrono perciò normative che evitino lunghe trafile per abbandonare il periodo di irregolarità. L’immigrazione non va più letta come fenomeno emergenziale, ma come dimensione strutturale delle società. Bisogna andare verso uno stato di normalizzazione. I primi passi sono stati mossi ma occorre accelerare il processo.

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