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La notte mi chiede chi sono

Aziza. Sono Aziza, io? Sono appena tornata e non so più chi sono. Quanto appartengo a un luogo, io? Quanto i luoghi mi abitano, quanto vivono in me? Oggi, che rivedo davanti ai miei occhi il pino e la finestra di fronte, che sento il gracchiare dei corvi, che guardo questa pioggia che riga i vetri, nel primo di settembre, anticipo d’autunno italiano, mi chiedo: Aziza, chi sei?

Cosa mi succede? Forse mi sarebbe dovuta capitare, prima o poi, questa incertezza, questa inquietudine che mi atterra. Che cerca conferma solo nelle parole, unico vero luogo della mia vita. Adesso, soprattutto, che sono in bilico tra due mondi.

Chissà se si sentiva così, proprio così, anche Nazik al-Mala’ika, la poetessa irachena nata a Baghdad nel 1922; padre editore e madre poetessa, si trovò catapultata a Princeton, nel New Jersey, appena vinta una borsa di studio. E qui, nel prestigioso ateneo, era una delle pochissime donne. Lei, orientale. Lei irachena. Lei migrante. Lei donna, poetessa. Nel sua prima raccolta di liriche, L’amante della notte, scriveva:

«La notte mi chiede chi sono/ sono il segreto della profonda nera insonnia/ sono il suo silenzio ribelle/ho mascherato l’anima di questo silenzio/ ho avvolto il cuore di dubbi/immota qui/ porgo l’orecchio e i secoli mi chiedono/ chi sono./ E il vento chiede chi sono/ sono la sua anima inquieta rinnegata dal tempo/ come lui sono in nessun luogo/ continuiamo a camminare e non c’è fine/ continuiamo a passare e non c’è posa/ giunti al baratro/lo crediamo il termine della pena/ e quello è invece l’infinito».

Questa lirica si intitola “Io”. Chissà se anche Nazik, quando diceva io, non sapeva se sentirsi tutto o niente. Chissà se avesse preferito sentirsi intera o se amasse quel vivere spezzata. Chissà se anche in lei fermentasse un desiderio di certezze. O forse anche in te, Nazik, come in me, albergavano solo domande. Prima tra tutte, questa: io, chi sono io?

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