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La nuova Tunisia e il profumo di libertà

Cosa succederà in Tunisia dopo la rivoluzione? C’è la possibilità di stabilire un governo democratico? Queste sono solo due delle domande – le più frequenti – che mi sono sentito rivolgere dai miei amici italiani. E la mia risposta era sempre la stessa:  “Sì, ci sono tutti i presupposti per formare un governo eletto liberamente del popolo”.

Infatti, dopo la cacciata di Ben Ali, il Presidente della Camera dei deputati è diventato presidente ad interim, il Primo Ministro di Ben Ali è stato travolto anche lui nella solenne degage con il suo secondo governo in due mesi. Per finire,  da marzo si è insediato come Primo Ministro ad interim un vecchio ministro di Bourguiba, già in pensione da un bel po’ di tempo. Quest’ultimo  ha formato un governo di transizione che sta accompagnando la Tunisia fino al passo decisivo: le nuove elezioni.

In questo delicato periodo sono stati formati tre organismi paralleli e indipendente gli uni dagli altri: il governo di transizione per governare il Paese;  una commissione per la protezione della rivoluzione, formata da un consiglio di saggi (intellettuali, avvocati) il cui ruolo era portare avanti gli obiettivi della rivoluzione, vigilando l’operato del governo e soprattutto facendo attenzione a possibili infiltrazioni di seguaci di Ben Ali nelle istituzioni (la missione del Consiglio è stata portata a termine il 12 ottobre) ed infine l’Isie, cioé l’Istanza superiore indipendente per le elezioni, con il compito di organizzare materialmente le elezioni del 23 ottobre. L’Isie è stata divisa in diverse Irie (istanze regionali indipendenti per le elezioni ).

Queste elezioni per la costituente tunisina somigliano al voto italiano del 1946. Si eleggono 217 parlamentari: di questi, 18 sono gli eletti all’estero dai tunisini fuori patria. I 180 mila tunisini italiani sono rappresentati da tre parlamentari nella costituente, che si formerà dagli eletti delle 22 (ogni lista è composta da tre candidati): si tratta di 13 liste indipendenti, 8 liste di partiti e una lista di alleanza.

In Lombardia c’erano dieci seggi. All’estero, si è votato il 20, il 21 e il 22 ottobre, anche se per i tre seggi del consolato di Milano si è formata una discreta coda sabato scorso. L’affluenza in Italia è stata bassa, pari al 45% degli aventi diretto al voto. In Italia, i tre posti sono andati a Ennahdha  (il partito islamico ha conquistato due seggi) e uno a Ettakatul (centro sinistra). I 18 parlamentari eletti all’estero sono nove per Ennahdha, quattro per il Cpr (il Congresso per la Repubblica, centro sinistra), tre per Ettakatul (centro sinistra), uno per il Pdm (sinistra) e uno per Al-aridha (liberale).

In Tunisia l’affluenza è stata molto più alta, fino al 90%, segno del desiderio di partecipazione politica di un popolo assettato di libertà. Per la prima volta il cittadino tunisino si è sentito responsabile e ha determinato il proprio destino. In Tunisia, il 23 ottobre 2011 rimarrà nella storia: qui si è abbattuto un muro. A votare sono andati proprio tutti, anche le donne anziane. Molti sono andati per la prima volta. Un’emozione indicibile, ricevere le telefonate dei parenti in patria, eccitati per quello che stavano facendo. Indicibile anche per me, che presidiavo un seggio in Lombardia. Qui, per votare, arrivavano con tutta la famiglia al seguito.

Adesso che Ennahdha ha vinto, gli occidentali si allarmano. Si diffonde la convinzione che  islamico voglia dire terrorista, voglia preludere alla segregazione delle donne e altre amenità del genere. Niente di tutto ciò può cadere in Tunisia: Ennahdha è come la democrazia cristiana in Italia negli anni Sessanta.

La Tunisia è il Paese dove nell’ora della preghiera del venerdì le moschee si riempiono di fedeli , ma dove i bar (qui si consumano alcolici) si riempiono dopo la giornata del lavoro e dove il sabato, sulle spiagge, le donne con le tuniche lunghe fanno il bagno con le ragazze in bikini. La Tunisia non potrà mai essere integralista come l’Iran o laica come la Francia. La Tunisia è laico-musulmana come l’Italia è laico-cristiana. Del resto, il primo partito è risultato Ennahdha, ma il secondo e il terzo sono di centro-sinistra.

Era prevedibile che Ennahdha avrebbe vinto ma non con questo margine, però. In Tunisia Ennahdha ha vinto anche perché è il partito più ricco, ha i mezzi per organizzare una campagna elettorale a tappeto, perché i suoi militanti sono arrivati nei più sperduti villaggi e hanno aiutato i più bisognosi. Inoltre, c’è da dire che la classe meno istruita è sicuramente più conservatrice e non avrebbe potuto votare diversamente. All’estero, lì dove ha vinto, Ennahdha si è imposto perché ha come punto di riferimento le moschee. Le altre liste, invece, fanno fatica ad arrivare agli elettori perché diventa necessario fare una campagna porta a porta. Impossibile, nei luoghi di migrazione.

Tuttavia, se la democrazia è un processo lungo, si prepara una strada appassionante e, allo stesso tempo, piena di insidie per un Paese che ha vissuto 23 anni di dittatura. Dopo queste libere elezioni le lamentele e le critiche saranno fisiologiche. Ma quel che è certo è che i tunisini hanno assaporato il profumo della libertà e la Tunisia ha imboccato la strada giusta per una vita dignitosa. Non ci sarà né tempo né spazio per tornare indietro.

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