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La suocera va alla Mecca


È tempo di hajj e mia suocera, dopo una vita ad aspettare e metter soldi da parte per il suo viaggio alla Mecca, ha deciso. Questo è il tempo, prima che sia troppo tardi, prima che possa arrivare la sua ora.

Fatima, mia suocera, ha 72 anni, portati splendidamente. Alta e atletica, nonostante la sua età, due occhi chiari e liquidi, spesso mi guarda attraverso quello specchio di dolori con cui lei vede il mondo con la lente di chi seziona un insetto al microscopio.

No, non è come pensate. Mia suocera mia ama, mi ama sinceramente. Mi ha accettato. È che per lei sono un esotismo, una manifestazione di un mondo altro e parallelo. Questo giustifica molte cose del nostro rapporto. Per esempio il fatto che – come lo scienziato che si china con curiosità sull’oggetto della sua indagine davanti alle lenti scientifiche – sembra scrutarmi senza amore. Ma non è vero. Seppur con distacco e ammirazione, lei mi ama.

Fatima, prima di partire per la Mecca, ha fatto scalo a Milano. Siamo passati a darle un saluto in aeroporto. Era in compagnia di altri 50 passeggeri-pellegrini provenienti da Amman, in un volo Alitalia per l’Arabia Saudita. Quando li ho visti, tutti insieme, mi sono sembrati un mirabile incrocio tra angeli e infermieri dell’anima. Vestiti tutti di bianco, parlavano ad alta voce in un misto di eccitazione e sperdimento. Eccitazione perché erano lì tutti insieme, in attesa del viaggio della vita, in attesa di vedere finalmente la sacra pietra, di ruotarle attore pregando, in attesa di vivere nel cuore dell’Islam. Sperdimento perché alcuni di loro non avevano mai preso un aereo: passare i controlli al metal detector o subire la perquisizione, prima di arrivare al gate, appariva loro una stranezza, fors’anche una violenza, specie per le donne.

Ummi, madre mia, come la chiamo anch’io, ci aspettava ai transiti. L’abbraccio al figlio, il mio uomo, è sempre una di quelle cose che mi commuovono, quando li vedo insieme. Madre e figlio, separati da chilometri di mari e di terre, dopo avere vissuto il fiele di una guerra senza soluzione di continuità, si guardano sempre negli occhi. Lui le bacia le mani. E lei, che capisce la mia sensibilità, che sa della mia discrezione, ha l’accortezza di attrarre anche me a sé dopo quell’abbraccio. Per non farmi sentire di troppo, per non farmi sentire da meno.

Fatima mi abbraccia e mi porge un rosario. Di legno chiaro, il tipico rosario dei musulmani, il tasbeeh. Accetto con gioia, capisco, approvo. Desidera che io preghi con lei, mentre si troverà alla Mecca. Lei sa che pregherò Cristo, in nome del nostro comune padre Abramo, fondamento delle nostre fedi. “Certo ummì”, le dico. Suo figlio, a un passo da noi, ci guarda compiaciuto: è riuscito nella rara impresa di far dialogare suocera e nuora anche su questi argomenti.

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