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Nostalgia di lui

 

Non credevo di potere arrivare a tanto, di potere baciare le mani di una donna che divide con me il suo uomo. Eppure Asmaa ha questo effetto su di me. E’ nata sapendo che lui aveva il diritto di scegliere anche un’altra. E adesso che quest’altra le è davanti, la accetta, la ama, condivide ogni cosa con lei. E io non posso fare a meno di amarla e rispettarla a mia volta, senza provare gelosia nei confronti di ciò che io possiedo quasi quanto lei. Preferisco sapere che l’amore che ci potrebbe dividere invece ci unisce, se sappiamo allearci.

Prima di mettere piede in questa casa, avevo intuito che tutto era possibile, ma non fino a questo punto. Non al punto che è accaduto ieri sera. Il piccolo Hassan ronfava sul divano: aveva poggiato il suo teleobiettivo sul tavolo, non aveva la forza per sfogarsi sulla playstation. I pappagalli di casa avevano smesso di girellare gridando. Alle 22 al massimo, tutti a nanna. Noi, noi due sole, sul divano, davanti la solita tazza di te, guardavamo la tivù. Star Academy“, per la precisione, l’XFactor del mondo arabo, con concorrenti improponibili: una ragazza libanese che scimmiottava Umm Kulthum (ma come si può?), un’altra che si produceva in una rilettura di un classico di Fairuz, Fogh In Nakhal.

La musica mi immalinconisce, quando entra sottopelle. Credo sia così anche per Asmaa. Perché, all’ascolto della stessa musica, siamo rimaste assorte, proiettate altrove. Credo che stessimo pensando entrambe a lui e che lo desiderassimo allo stesso modo. Che desiderassimo lui, lì, in quel momento, per ciascuna di noi.  E’ stato allora che Asmaa si è alzata. Mi ha detto, nel modo più naturale del mondo: “Aspetta, Gloria, prendo una cosa”. Ed è ritornata sul divano con un album di fotografie.

Non lo nascondo, in quel momento ho pensato che ci tenesse a marcare il territorio, che mi stesse per mostrare le foto del matrimonio. Insomma, qualcosa che mi avrebbe fatto del male. Ero pronta a una rivendicazione di possesso. E invece no. Asmaa mi guarda, sorride, butta indietro i capelli neri, come una donna sa fare prima di concedersi a un uomo per la prima volta, e mi dice: “Ti ho portato le foto di Omar”.

Ho aperto l’album e abbiamo iniziato a sfogliarlo insieme. Ecco Omar, è lì, tra noi. Per tutte e due. Omar appena nato, con la camicia da notte da infante, di quelle che si usavano fino agli anni Sessanta; Omar a tre anni, con la salopette e la camicina a scacchi; Omar con la torta di compleanno degli otto anni. Omar con la mamma; Omar con la sorella e il fratello, entrambi morti. Omar magro e adolescente per gli effetti della fame. Omar in guerra, con la divisa da soldato. Omar con in braccio i suoi due figli bambini. Omar al lavoro, con i colleghi della sua terra martoriata. Omar in viaggio. Omar in Africa, in Asia, in vari Paesi del Medio Oriente. Omar che sorride. Omar che si sforza di sorridere. Omar con quella piega di dolore sotto le labbra. Ma non c’è nemmeno una foto di Omar con Asmaa.

Rimaniamo lì, in contemplazione di quell’uomo che in questo momento è un foglio di carta lucida, replicato mille volte, fermato dal tempo in smorfie diverse. Lontano e presente tra noi. Omar che ci ha scelto, che ci ha unite in uno strano sentimento di appartenenza e condivisione. Omar che ci possiede al punto da farci accettare l’una con l’altra. Omar che adesso non c’è. Omar che amiamo. Omar che è lì, che ci guarda, mentre noi ci facciamo guardare abbandonate sullo stesso divano.

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