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Nuova serie. Quel rutto liberatorio e altre amenità culinarie

MIGRATION_AzizaIl Diario di AzizaNon abbiatevene a male se stavolta non sono seria. Ma nelle esperienze di migrazione, meticciato, ibridazione, coesistenza culturale e, soprattutto convivenza, il cibo e i comportamenti legati al cibo sono centrali.
In particolar modo in una coppia mista con provenienze geografiche diverse, materiali, sapori, odori devono essere compatibili, altrimenti sono guai. Così la donna o l’uomo europeo che sposa un uomo o una donna di area subsahariana deve assolutamente essere avvezza/o e amare gusti come la manioca, spezie come il ginger o il karkadé, ubriacarsi mattino e sera non solo con la moka, ma anche con il caffè thuba.

Ciò vale per tutti gli incontri tra culture che coabitano letteralmente, dove in genere si stabiliscono dei mixing culinari o delle alternanze par-condicio. Esempio di organizzazione del desco settimanale: come primo facciamo sempre pasta o la sera pizza, ma il secondo piatto è etnico. O anche: se durante la settimana si mangia italiano, la domenica si mangia senegalese, peruviano o persiano o marocchino. Così il giorno di festa si viaggia col gusto, in coppia o in famiglia. L’uomo o la donna nati stranieri si mettono ai fornelli e i figli hanno il primo contatto con la cultura dell’altro genitore tramite il cibo e le spezie.

Come mi faceva notare una mia amica romana, sposata ormai da anni con un simpaticissimo uomo algerino, in principio era quel che lei chiama “il training delle buone maniere”. Vale a dire, aiutare il coniuge appena sposato a cambiare abitudini comportamentali legate al consumo del cibo in funzione della nuova società di ingresso. E farlo mangiando per il primo mese a casa, in modo da presentare poi il marito convenientemente a cena fuori.

Esempi banali ma capitali. Nella maggior parte dei Paesi arabi, soprattutto non in contesti elitari ma popolari e tra la classe media, si mangia con le mani, ovverossia afferrando dal comune piatto per tutti i commensali il cibo con il grande pane tondo che si spezza e si utilizza come fosse un cucchiaio. In Italia, in mancanza di tale uso, si adopera coltello e forchetta, cosa che in genere qualsiasi migrante sa già fare o è preparato a fare. Tolto il problema numero uno, però, c’è il problema numero due e quello – il più rischioso – numero tre.

Il due: bere senza farsi sentire. Non scontato, specie con le bevande gasate o i succhi di frutta. Può capitare che vostro marito/moglie ogni tanto faranno sentire il sorso mentre bevono, motivo di vostro grande divertimento, ma anche di malcelato orrore. Bisognerà fargli/le passare il vizio presto ed evitare le cene ufficiali appena si sarà settato in modalità West.

Il tre: il rutto liberatorio. Come tutti i frequentatori del mondo arabo sanno, è considerata buona creanza quella di far comprendere al padrone di casa che la digestione è avvenuta e che il cibo è stato gradito. Nulla di formale è previsto o complimenti sperticati: semplicemente ruttare se il rutto si presenta. Anche gentilmente, senza bisogno di spararlo ai quattro venti.
Vai però a spiegare al marito che qui è esattamente il contrario ed è considerato indice di scortesia, maleducazione, cattivissime maniere ed è anche motivo di sorpresa per la ovvia primitività dell’ospite al desco. Così, in genere, il marito arabo teme l’insorgenza del rutto più di qualsiasi altra cosa perché se gli accade a cena fuori dovrà settarsi prontamente in modalità West e controllare decenni di espressione libera. Salvo poi a scatenarsi nell’intimità domestica.

Anna, sempre a proposito di Kamel, ricorda quella volta che, dopo un pranzo domenicale a casa a base di pollo arrosto e patate, quando ancora non avevano figli, lui si lasciò andare a un rutto liberatorio epocale. E lei che, dall’altra parte del tavolo, con la risata pronta in gola, gli ebbe a dire, pensando a certe gare del trash: “Complimenti, ti puoi candidare per la Corrida di Corrado”. Da quel momento Kamel si settò per sempre in modalità West, dentro e fuori, salvo scatenarsi in gare di rutto solo ad Algeri, a casa di mammà.

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