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Perché ve la racconto


Stamattina mi sono alzata con il sorriso sulle labbra. Quel sorriso che ti dipingi addosso quando sai che non sempre sei compresa. E allora è meglio sorridere e andare avanti.

Ma non mi riferisco a lui. Per una volta (ma non mi pare che l’abbia fatto ogni volta che aprivo bocca) non mi lamento di lui.

Da una settimana è come se avessimo azzerato tutto. E tutto è tornato ai primi tempi della relazione: habibi, habebti, ti amo, posso fare qualcosa per te, ti penso, ti voglio. Cosa sia successo nel frattempo, chi può saperlo? Forse ho superato tutti i test e sono diventata una perfetta donna araba che sa mettere in riga il suo uomo senza combattere in modo esplicito? O che riesce a farlo smollare dalle sue durezze con una pazienza infinita, negandosi al momento giusto? Oppure sarà che va bene solo perché mi sfogo all’esterno per non caricarmi di tensione con lui?

Fatto sta che, quando qualcosa va male, quando non ci si capisce, è vero, tendo a raccontare la mia condizione agli altri. È come andare in terapia. Esercitarsi alla mediazione culturale con una seduta collettiva. Le amiche non fanno altro che dirmi: lascialo se non ti va bene, esci con qualcun altro, pensa a divertirti. Ma il punto è che, con chi proviene da una cultura diversa, è come andare sulle montagne russe. A volte le differenze ti uniscono, a volte ti lacerano. Ed è sempre una scommessa, che rischia di essere troppo al di sopra delle nostre possibilità, se non sappiamo governarla con pazienza ogni giorno. Se non sappiamo aspettare, comprendere, incontrarci, più di quanto faremmo con un altro troppo simile a noi.

L’inconveniente è vivere su tre fronti di battaglia. Uno interno, tutto tuo, a casa tua, dentro di te. Un altro con lui/lei, con le cose che non capisci di lui/lei. Con le cose che ami di lui/lei e che ti attraggono. Con le lingue di nascita che ci separano e con quella – straniera e internazionale – che ci unisce (questo è davvero un controsenso: mai avrei pensato di dovere ringraziare gli americani per avere colonizzato il mondo anche con la lingua). Con tutti i sottintesi, tra un atteggiamento e l’altro, che appartengono al non-verbale e che hanno bisogno di codici per essere interpretati (sì, ma quali codici? Il miei? Il suoi? Da quale cultura li pesco? Oddio, che confusione, ragazzi!)

E poi c’è il terzo fronte di battaglia. Non lo diresti mai. Ma ecco qual è il disastro per chi accetta una relazione mista, per chi si inventa un mondo tutto da (ri)costruire. Sono “gli altri”, alcuni “altri”. Quelli che, mentre stai faticosamente cercando come orientarti nel guazzabuglio dei sentimenti e dei comportamenti, e attendi solo l’ascolto, ti giudicano con parametri che possono andare bene per loro, ma non per te. Quindi, sapete che vi dico? Vi piaccia o no, gli amori misti esistono. E il mio ve lo racconto anche. Perché sono queste le esperienze che fanno l’Italia di oggi, che faranno quella di domani.

 

2 comments

  1. m

    ma non puoi sempre pretendere che tutti i problemi nascono “per la colpa delle differenze culturali”. lo giustifichi fin troppo, forse lo sai…

  2. LUCIANO

    Concordo con m.
    Ho l’impressione che metti in campo tante cose di livello ampio per non renderti conto dell’unica cosa vera: che te la racconti.
    Ti racconti delle differenze culturali, della comunicazione verbale o no, dell’esperienza moderna dei matrimoni misti per non accorgerti che tra voi va poco. E’ il nucleo di tutto: il rapporto fra due persone. E di questo non ci parli mai veramente, perché ammanti di multi-culturalità una relazione che fa evidentemente fatica.
    Quali problemi crei tu a lui, per esempio? Come affrontate – tu e lui, non un uomo aranbo e una donna italiana – tutte le questioni che sollevi qui? Le affrontate?
    Ciao!

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