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Questo San Valentino non s’ha da fare. O meglio: non lo vogliamo fare. Non sappiamo come!

Questo San Valentino non s’ha da fare. O meglio: non lo vogliamo fare. Anche perché non sappiamo come.

Mi spiego meglio. Il santo (Valentino, intendo) a me non è mai dispiaciuto. Era un vescovo simpatico, aiutava gli innamorati ad amarsi di più e anche in punto di morte era proprio amorevole. Per cui, se devo essere sincera, lo prego ogni giorno, affinché sfati quella statistica che vorrebbe il mio fidanzamento con il mio principe arabo fallito in partenza.

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Però, nelle chiese non c’è nemmeno una novena, una settimana di funzioni per questo benedetto Santo. E questo mi fa passare la voglia. Quindi, pace, per quanto mi riguarda.

Poi però c’è lui, che, ovviamente non festeggia. Gli uomini arabi sono sempre innamorati. Certo, non sempre della stessa donna, o magari di più donne insieme ma… insomma, che motivo ci sarebbe per festeggiare? Non c’è un Santo e l’amore è una cosa che si festeggia in casa, in assoluto privato. Il suo commento è: saranno pure affari nostri. Perché nel mondo arabo non c’è tanto bisogno di mostrare all’esterno, tra uomo e donna, che si ama e che ci si ama. Salvo, certo, notare con sgomento che il consumismo è arrivato anche qui.

Non si contano i gadget con cuori, angeli e ogni sorta di invenzione kitch. Per bloccare questa esagerazione di mercato, in Iran, oggi, hanno vietato le cartoline e riesumato una festa più casta, quella “dell’amicizia”, il Sepandarmazgan, il 17 febbraio. Beh, a guardar bene, ci sono parecchie forme di amicizia: una di queste è quella affettuosa. Quindi, niente festa perché non c’è nessun santo che tenga. Ma noi ce lo diciamo comunque: habibi, ti amo. Ana eidan: anch’io.

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