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Tango, che passione

Non so quanto ci sia nel tango di vicino al senso tragico dell’esistenza dei popoli mediterranei. So solo che lo voglio ballare con lui. Per questo, dopo almeno sei mesi di discussioni e molti entusiasmi da parte sua, più su Astor Piazzolla che sui GoTan Project, ci siamo lanciati.

Non era facile per uno che è assolutamente convinto che solo la musica sufi abbia dignità d’esistenza al mondo. Per carità, anche io sarei d’accordo per principio. Ma vagli a spiegare che, se nella danza dei dervisci il misticismo la fa da padrone, nella milonga, quel tendere al rigido abbraccio equivale a una vertigine d’amore e morte. Certo, apparentemente trattasi di ballo carnale. Ma chi lo dice? Chi conosce e capisce bene il tango sa quanto questa ebbrezza sia spirituale. E il fatto che passi per il corpo e per il corpo di un uomo e di una donna la rende per questo ancora più straordinaria.

Per sei mesi circa, non aveva fatto che dirmi che gli sarebbe piaciuto ballare all’aperto. L’aveva visto fare in un video su Youtube che riprendeva un flash mob realizzato a Milano in piazza Affari. Poi, quando si è trovato in una milonga vera, ha iniziato a storcere il naso.

Io non sono un asso, semplicemente me la cavo. All’inizio gli amici mi invitavano in milonga solo per guardare. Riconosco che non c’è sensazione più voyeuristica che scrutare quel girotondo di esistenze, le più diverse e distanti fuori da quella sala, condividere nello spazio di una tanda cioé di quattro balli in fila, prima della cortina (la pausa di rito decisa dal musicalizador), un’esperienza così intima come il tango. Quando li guardi ti stupisci. Ti stupisci soprattutto di come si possa essere una formidabile coppia nella danza senza essere una coppia nella vita. Con un ballo così, ti dici le prime volte, non è possibile non essere intimi.

Ma se non balli, non ci credi, non lo sai. Così, mentre io mi sono sempre fidata dell’esperienza dei miei amici milongueri che mi hanno raccontato che queste domande se le fanno tutti, all’inizio, lui no, questi interrogativi non se li poneva nemmeno. “Voglio imparare a ballare il tango con te e tu lo balli o con me o con nessuno”.  Ma l’uomo conduce e le prime volte è importante non essere condotta da un principiante assoluto. Si era convinto solo quando l’insegnante aveva fatto valere le sue ragioni.

Così, quella volta che ha accettato di venire in milonga per vedere, non si capacitava del fatto che qualcuno più esperto di lui mi invitasse. In particolare, continuo a non capire perché non gli sia andato giù un tizio di circa sessantanni con due fondi di bottiglia per occhiali ma che aveva una grazia tutta particolare nel costringermi a stare al passo. Non me lo faceva pesare ed era uno con cui riuscivo a chiudere gli occhi e abbandonarmi alla musica, nonostante non avesse nulla di attraente come uomo. Eppure quel ballo lo rendeva un dio. Questa è una delle magie del tango.

Ecco, lo ricordo ancora e mi vien da ridere se ve lo racconto. Quando il provetto ballerino sessantenne mi riaccompagnò al tavolo, lui lo avrebbe bruciato vivo, in quello stesso istante. Non gli disse nemmeno una parola, ma se fossimo stati in un saloon gli avrebbe sparato a vista, semplicemente perché mi vedeva felice, in preda a una strana ebbrezza. Quella sera, all’uscita della palazzina liberty, complice la nebbia che gli difendeva l’umor nero, mi disse: “Mai più. Io odio i tangueri”.

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