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Tra due lingue diverse vince la terza

“Una parola è troppa e due sono poche” Il vecchio proverbio va bene per me. Perché – oh, scusate ho dimenticato di dirvi marhaban, benvenuti – qui bisogna stare attenti e capirsi bene. Già c’è il problema dei differenti punti di vista, tra e me e lui, degli sguardi un po’ di sbieco sulle cose, delle convinzioni reciproche sul cibo e sulle tradizioni – anche se lui non sopporta che io vada velata e anche se io lo incito ad andare in moschea e nulla mi importa di convertirlo –. Ma la lingua, ecco sì, quella è davvero importante.

Il fatto è che il mio arabo è ancora troppo acerbo per essere parlato e il suo italiano troppo povero per usarlo 24 ore su 24. E, allora, che si fa? Semplice: abbiamo deciso di parlarci in inglese. Semplice, appunto. E invece no. Certo, la lingua d’Albione ci aiuta a trovare un terreno di mediazione culturale neutro dove né l’uno né l’altro sia troppo sbilanciato o avvantaggiato ma… ditemi voi come facciamo a capirci se io parlo in inglese come un’italiana e lui parla in inglese come un arabo. Vale a dire: io traducendo letteralmente dall’italiano all’inglese, con effetti del tipo “I know my chickens” e lui traducendo dall’arabo all’inglese, dimenticandosi che il duale, nella lingua di Albione, non esiste.

La soluzione? Per me è parlare meno, anche per non sentirsi dire da lui che “le donne parlano troppo”. Per lui è ricordarsi che, sulle cose, ho sempre voce in capitolo anche se mi sto zitta. E, se dovesse accadere di risentirmi dire che parlo troppo, chiamatemi che gli taglio la lingua. Altro che sharia.

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