«

»

Un amore nel caos (arabo)

Ci siamo, siamo alle solite. Quando si parla di politica, poi non ho più argomenti, con lui. Ha una retorica degna dei migliori sofisti, un’assertività dittatoriale e, soprattutto, ha spesso ragione (anche se è convinto di averla sempre). Ultimamente – complice una cena raffinatisisma a casa dei parenti ambasciatori – ci siamo assestati su un duello mica male. A proposito dei movimenti rivoluzionari del mondo arabo, va bene parlare di primavera o di caos? Di rinascita o di anarchia?

Io, “la solita occidentale bevi-propaganda” (dice lui, ma solo per provocarmi, tanto lo sa benisismo che non è così) credo molto (o mi piacerebbe credere) in questo concetto di primavera. Sarà perché ci hanno insegnato che le democrazie sono il migliore dei mondi possibili e invece, magari, sono solo il migliore dei mondi consumabili in questa vita. Sarà che l’idea di una generazione di (tanti) giovani che vogliono cambiare il corso della storia, deporre i tiranni e partecipare in pieno, dopo essersi sacrificati, all’agone politico, mi entusiasma, mi eccita e mi intenerisce insieme. Sarà. Quando guardo gli egiziani in piazza Tahrir o i ragazzi libici ballare in piedi sulle auto per festeggiare la catttura del figlio di Gheddafi, mi sento un po’ partecipe e orgogliosa anch’io.

Ma lui dice che sono sentimenti stupidi, che si basano solo su false impressioni. “Non dovreste parlare di primavere, è un concetto che non ci appartiene, mi dice. Ci appartiene la rabbia”. Certo, la “hogra“, la rabbia, il senso di giustizia. “Non parlate dunque di primavere, parlate di caos, è più corretto“. E cosa significherebbe caos arabo? “Semplicemente che le cose sono molto più complesse di quelle che vedete e immaginate attraverso i vostri media e che dietro ogni spinta rivoluzionara c’è sempre qualche soggetto politico più grande e potente che vuole approfittarsene”.

A me viene da pensare agli Stati Uniti, ma lui scrolla la testa e mi dice che no, che se fossimo meno stupidi capiremmo l’importanza e il peso, in tutto questo, dei paesi del Golfo, e, soprattutto, dell’Arabia Saudita. Luoghi dove non è successo nulla. O meglio, ciò che è accaduto (in Yemen, Bahrein, Kuwait) è stato sedato nel sangue senza clamore, con molti, troppi silenzi. Con connivenze scandalose tra i Paesi amici della dinastia saudita.

Mentre mi spiega queste cose, penso che sono fortunata a condividere questo amore. E’ un punto di vista diverso sul mondo, è un punto di osservazione interno a quel mondo, il suo. Certo, parlando tra donne, a dirla tutta, non è che poi lui sia così diverso da questi rais barbuti. Intendo, nella nostra relazione. Nel suo approcciarsi verso di me c’è questo culto della personalità (la sua), la voglia di essere al centro dell’attenzione, una certa magnanimità, una manciata di egoismo maschilista e un pizzico di crudeltà.

Il mio uomo, questo dittatore del cuore, mi affascina e respinge allo stesso tempo. Lo amo e lo riamo, lo odio e lo disamo. E quando guardo ai giovani delle rivoluzioni del Nord Africa, penso: datemi una scusa, ragazzi, e vi rivoluzionerò questo maschio tradizionalista.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *