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Egitto dopo Giulio. La vicenda giudiziaria di Ahmed Said

Ahmed Said con Gianluca Solera durante il convegno "Non solo Giulio Regeni". Milano, 20 gennaio 2017. Ph. Silvia Dogliani

Il 3 febbraio scorso, il corpo torturato e privo di vita di Giulio Regeni è stato ritrovato in Egitto, lungo la strada che collega Il Cairo ad Alessandria. Del ricercatore italiano che lavorava ad un progetto sui sindacati indipendenti egiziani presso l’Università americana al Cairo si erano perse le tracce dal 25 gennaio 2016, il quinto anniversario dell’inizio delle proteste che portarono alle dimissioni dell’allora presidente Hosni Mubarak.
Ad un anno dalla drammatica scomparsa di Giulio, vi presentiamo la vicenda umana e giudiziaria di Ahmed Said, chirurgo egiziano e attivista per i diritti umani, arrestato al Cairo il 17 novembre del 2016 e liberato esattamente un anno dopo. Lo abbiamo incontrato a Milano, durante il convegno “Non solo Giulio Regeni, la violazione dei diritti umani in Egitto” organizzato dall’Ordine degli avvocati di Milano, COSPE onlus, Amnesty International, il Festival dei Diritti Umani e Aoi con il patrocinio del Comune di Milano.

Di fronte ad un pubblico silenzioso e riverente, Ahmed inizia a raccontare la sua storia: “Quando ero in prigione, ho incontrato ragazzi giovanissimi, condannati a 15 o 20 anni per aver manifestato”.

Prima di essere arrestato, Ahmed viveva e lavorava come medico in Germania. A novembre dello scorso anno si trovava in Egitto per partecipare ad una manifestazione: “Ciò che chiedevamo – dice – era la libertà per i prigionieri. La dimostrazione è durata poco più di trenta minuti. Una volta terminata, il chirurgo si è recato in centro. “Qualcuno della sicurezza mi ha notato perché avevo i capelli un po’ lunghi e avere i capelli lunghi in quel periodo significava essere un rivoluzionario. Un ufficiale ha detto: ‘prendete quel tipo!’. Poi, mi hanno portato al Commissariato”.

Ahmed si blocca per qualche secondo, beve un sorso d’acqua. Ricordare il passato non è certo facile. La sua mente lo riporta indietro nel tempo, a quel maledetto 17 novembre, un giorno che lo segnerà per sempre.

“Sono stato bendato, legato, picchiato e torturato. Mi facevano domande mentre spegnevano sigarette sul mio corpo e usavano l’elettricità per farmi parlare. Sono stato 24 ore senza sapere di cosa fossi accusato. Poi è arrivata una telefonata e l’atteggiamento degli uomini che mi circondavano è diventato meno aggressivo”.

Il medico non ha mai saputo chi fosse a parlare alla cornetta, ma forse, proprio grazie a quella misteriosa telefonata che probabilmente ha rivelato la sua identità, Ahmed è riuscito ad intraprendere una via giuridica e ad uscire dall’oscuro. “E’ importante far sapere che tu sei lì e che le autorità possono giudicarti”, sottolinea il giovane chirurgo.

Ahmed Said durante il convegno "Non solo Giulio Regeni" organizzato a Milano il 20 gennaio 2017Stando ai dati raccolti da Amnesty international, si contano attualmente in Egitto più di 40mila prigionieri politici, 464 attivisti scomparsi, 1676 casi di tortura (fonte Al.Nadeem Center for the Rehabilitation of Victims of Violence), 267 persone uccise dalle forze di polizia e 700 sentenze di pena capitale, anche se non ancora eseguite (fonte Al Jazeera).

Quando Ahmed parla di Giulio Regeni, dice che tra gli attivisti è considerato come uno dei lottatori. “Giulio ci ha aiutato ad essere guardati con un occhio diverso all’estero. Il caso Regeni è una finestra sulla repressione sistematica interna al Paese, che ho potuto vedere e toccare con mano nella prigione ‘politica’ in cui mi sono trovato per un anno. ‘Terrorismo’ e ‘stabilità’ sono due termini usati e abusati”.

Il fatto che Ahmed sia stato graziato insieme ad altre 82 persone, a suo parere non fa la differenza: “Non ci dobbiamo far impressionare. Sono strumenti che servono per regolare le relazioni con le potenze occidentali”.

C’è un episodio che è rimasto impresso nella sua mente. Lo racconta con freddezza, come se tutto il dolore che gli è stato inflitto in dodici lunghi mesi possa scivolare via semplicemente rivelandolo. “Un giorno, un ufficiale è venuto da me e mi ha detto: ‘ tu vali appena il prezzo di una pallottola! Possiamo far credere che tu abbia tentato di evadere e nessuno verrebbe processato'”. Come si deve essere sentito Ahmed in quel momento? Non è possibile neanche immaginarselo.

Lo guardiamo con rispetto, ci alziamo tutti e applaudiamo il suo coraggio. Come Giulio, Ahmed è un lottatore. Prima di congedarsi, prende il microfono e dice: “Non ci fermeremo a cercare verità e giustizia!“.

 

 

 

 

 

 

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