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Peschereccio Francesco Padre. Chi sparò quella notte?

Il 4 novembre del 1994 il motopeschereccio molfettese Francesco Padre affondò a causa di un’aggressione con armi da fuoco. Non c’è più alcun dubbio. Lo conferma il sostituto procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Trani, Giuseppe Maralfa incaricato delle indagini.
Solo ricostruendo la dinamica della strage si potrà dare un nome ai colpevoli.

LA MIA VERITÀ – Quello che sappiamo ora è che i reperti raccolti all’epoca in seguito furono distrutti; che il Governo Berlusconi aveva opposto il segreto di Stato  su una serie di documenti in cui rientrava anche la strage del peschereccio e che, se per la procura di Bari e per quella di Napoli l’ex presidente Djukanovic era un pericoloso criminale, per il governo Berlusconi era invece un importante partner commerciale, soprattutto nel campo dell’energia. Chi sa, parli.

Alle 00:30 del 4 novembre 1994 un aereo militare americano, impegnato in attività di pattugliamento nell’ambito nelle acque antistanti l’allora federazione serbo-montenegrina, avvistò un intenso bagliore non meglio identificato. Quel bagliore che segnava il mare era il canto del cigno della motonave Francesco Padre, partita dal porto di Molfetta per un battuta di pesca a strascico. Con lei affondavano cinque marinai molfettesi: il comandante Giovanni Pansini, il motorista Luigi De Giglio, il capo pesca Francesco Zaza e i marinai Saverio Gadaleta e Mario De Nicolo. A 17 anni di distanza da quella che fu chiamata la “Ustica del mare” si comincia a intravedere la verità.

Il foro di un proiettile calibro 12,7 , presumibilmente esploso da un fucile, è chiaramente visibile su un frammento che dovrebbe appartenere alla fiancata sinistra del peschereccio. Si tratta ora di capire chi ha sparato. Fuoco amico della Nato, che in quel momento presidiava le coste della Jugoslavia in guerra, o ritorsione del governo Djukanovic, che all’epoca pretendeva tangenti sul pescato?

Di certo c’è quel foro, ritrovato su un frammento di legno raccolto sul fondale accanto al relitto durante uno dei tre sopralluoghi cominciati il 4 ottobre di quest’anno, che hanno già portato alla luce 23 reperti. Al Ra.C.I.S (raggruppamento Carabinieri investigazioni scientifiche) di Roma il compito di confrontare il frammento di legno con un pezzo di fasciame del relitto (prelevato dal robot “Falcon“), per stabilire se appartenga o meno al peschereccio. Se l’esito sarà positivo, si dovrà capire se il foro era a poppa o a prua e ricostruire la dinamica.

Recuperare l’intero relitto è molto difficile, nonostante la profondità sia relativamente bassa (247 metri). “Dalle immagini registrate dalla Marina militare in occasione delle ripetute immersioni – spiega il procuratore di Trani, Carlo Maria Capristo – risulta in modo molto evidente che il peschereccio, deteriorato dal lavorio delle correnti, adagiato sul fondale melmoso, è completamente avvolto da parecchie reti da pesca, appartenute presumibilmente ad altre imbarcazioni transitate in zona nel corso degli anni”.

Ma gli elementi dovrebbero bastare. Oltre ai reperti, a partire dal 15 febbraio del 2010 – data di riapertura delle indagini – è stata raccolta l’intera documentazione a riguardo della Presidenza del Consiglio dei Ministri, del Ministero della Difesa, della Marina Militare, dell’Aeronautica Militare, della Nato, degli enti militari stranieri coinvolti nell’operazione Sharp Guard, del Dipartimento Informazioni per la Sicurezza, dell’Agenzia Informazioni Sicurezza Interna e dell’Agenzia Informazioni Sicurezza Estera. E sono seguite le audizioni dell’on. Cesare Previti, all’epoca ministro della Difesa, e dei comandanti delle unità navali ed aeree straniere presenti in zona.

Crolla l’ipotesi iniziale dell’esplosione interna a causa del trasporto illegale di armi ed esplosivi, che aveva trasformato i 5 marinai in furbi trafficanti. Restano invece da valutare la pista del fuoco amico Nato e quella della ritorsione nei confronti del comandante per una mancanta tangente. Nel novembre del 1994 nelle acque dell’Adriatico era in corso l’operazione Sharp Guard per il controllo dell’embrago Onu su Serbia e Montenegro. Sia il mare, sia lo spazio aereo sovrastante erano ridotti ad un vero e proprio campo di battaglia. Ma le attività di pesca delle motonavi pugliesi non potevano certo fermarsi, pena il lastrico per decine di famiglie.

E’ possibile allora che il peschereccio sia stato scambiato per errore con un’imbarcazione serba e siano partiti dei colpi da un mezzo Nato. Era successo già l’anno prima: l’11 luglio 1993 il Francesco Padre era stato agganciato da un sommergibile Nato e trascinato verso il fondo. Inutile l’SOS lanciato dal comandante. Solo grazie ai cavi difettosi che si spezzarono l’imbarcazione riemerse, pur gravemente danneggiata, e i marinai si salvarono. Di lì a poco giunse un aereo ad informarsi delle loro condizioni, ma, una volta a terra, non fu facile ottenere il risarcimento del danno. In un primo momento la presenza del sommergibile venne addirittura negata, solo in seguito il comando di Napoli fu costretto a versare al comandante un assegno di 9 mila euro per tacere.

L’altra ipotesi è che, all’epoca, gli equipaggi delle navi montenegrine avessero imposto alle imbarcazioni italiane tangenti sul pescato. Ciò si evince da alcuni atti in possesso della Direzione distrettuale antimafia di Bari, che, nel 1994, stava indagando su presunti traffici di sostanze esplosive tra la Puglia e il Montenegro. Dalle carte dell’inchiesta si apprende che, nel settembre del 1994, un cittadino di Molfetta aveva fatto da intermediario tra il proprietario di un motopeschereccio di Anzio ed un’organizzazione montenegrina che imponeva una sorta di “dazio” per la pesca nelle sue acque territoriali. Il pizzo da corrispondere, pare, ammontava alla metà del valore del pesce che doveva poi essere venduto in Italia. A sostegno dell’ipotesi, l’assenza di collaborazione delle autorità serbo montenegrine in tutte le inchieste giudiziarie, che hanno visto coinvolti marittimi italiani nei primi anni Novanta. Tante ipotesi, poca verità e troppi silenzi. Chi sa, parli!

1 comment

  1. mauron de benedictis

    è merviglioso e dettagliato sembra di stare in mare ad investigare

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