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Gli F-35 e la bufala dei posti di lavoro

SILENCESSlider_Cameri_440x240A dicembre dell’anno scorso, il Pentagono rende pubblico un report sugli armamenti americani.  Ben 18 pagine trattano esclusivamente di problemi e ritardi nella realizzazione dell’F35. Il nostro Ministero della Difesa fa finta di niente e alle critiche risponde magnificando le ragioni di opportunità tecnologica e occupazionale del programma per il nostro Paese. Proprio quest’ultimo fattore viene usato come scudo di fronte alle ragioni di chi vorrebbe più democrazia e trasparenza nelle scelte che riguardano la spesa per gli armamenti.

FM_my truth MY TRUTH – Se dovesse venire meno l’indotto occupazionale, gli unici vantaggi del programma F-35 o sono ad appannaggio dei pochi ai vertici (e ai cittadini non è dato di sapere quali siano), oppure, più banalmente, l’Italia è costretta ad accettare accordi economici calati dall’alto, in quanto suddita e debitrice nei confronti degli Stati Uniti a partire dal dopoguerra.

Winslow Wheeler, uno dei collaboratori della rivista Foreign Policy ed ex consulente di diversi senatori sia repubblicani sia democratici per le questioni della sicurezza, dice: “Negli Usa è una pratica costante da parte dell’industria delle armi di promettere alte performance e costi bassi, ma poi nella maggior parte dei casi succede l’opposto. Loro fanno così: cominciano subito a produrre gli aerei, anche solo i prototipi, prima di terminare i test. Cioè, ti prendono all’amo, prima ancora di dirti cosa stai comprando! E dopo, quando cominciano i problemi e aumentano i costi di realizzazione, ti dicono: ‘Scusate, ma noi abbiamo investito così tanti soldi in questo progetto. Ci sono già migliaia di operai che ci stanno lavorando e semplicemente non possiamo fermarlo. Ecco cosa succede da noi, negli Stati Uniti!'”.

Il ministro uscente della Difesa, Giampaolo Di Paola, ex ammiraglio ed ex capo di stato maggiore della difesa, aveva spiegato l’elevato valore industriale del programma F-35 con la promessa di 10mila nuovi posti di lavoro in Italia. Ma se la matematica non è un’opinione, le cose sono un po’ diverse.

Cominciamo dallo stabilimento di Cameri, in provincia di Novara, dove, su un’area di 550 mila metri quadrati all’interno del vecchio aeroporto militare, lavorano 150 operai addetti al montaggi delle ali sugli scheletri degli F-35. Si dice che però il grosso dello stabilimento debba essere ancora costruito e che i posti di lavoro aumenteranno (nel frattempo lo stabilimento è costato ben 800 milioni di euro). Intanto i contratti firmati riguardano la costruzione di sole 18 ali, che, su un totale mondiale di 6 mila ali per 3 mila jet, significano davvero poco. Le trattative per l’acquisizione di altre 111 ali sono ancora in discussione. Voci, chiacchiere. E l’assemblaggio dei velivoli italiani e olandesi riguarda un numero di jet inferiore rispetto alle attese. Oltretutto, ammesso e non concesso che le nuove ali si faranno, c’è una condizione:  i costi di produzione italiani dovranno essere almeno pari, se non inferiori, a quelli della Lockheed stessa. Ma questo è impossibile, se non altro perché la società americana di ali ne produrrà molte di più e dunque costeranno unitariamente meno. C’è quindi il rischio che per far lavorare Finmeccanica, il Governo debba pagare la differenza dei costi!

Gianni Alioti, responsabile dell’ufficio internazionale dei metalmeccanici Cisl, ha provato a fare un calcolo approssimativo: “Se consideriamo, oltre alla base di Cameri, anche tutti gli altri lavoratori che saranno impegnati in Italia (le 40 aziende che sono coinvolte nell’accordo) nel programma F-35, non si supereranno le 1.500 unità. Se togliamo alcune centinaia di nuove assunzioni a Cameri, il resto sono lavoratori già occupati in queste 40 aziende, le quali saranno semplicemente spostate sul programma F-35”.
Dunque mancano almeno 8.500 lavoratori alla cifra enunciata da Di Paola.

Alenia, ItalyIn realtà si tratta di sostituire i tecnici e gli operai che stanno lavorando all’ultima tranche dell’Eurofighter – il caccia intercettore di ideazione e produzione europea di cui abbiamo già parlato nella puntata precedente – che terminerà nel 2018. Ma i sindacati di categoria sono scettici e parlano di esuberi: stimano infatti che il progetto F-35 non riuscirà mai ad assorbire tutta la manodopera. In più, molti ingegneri e supertecnici dell’Avionica rimarranno senza far nulla: realizzare le ali e assemblare gli aerei non è la stessa cosa che progettare e lavorare all’avionica e all’elettronica, cosa che succede invece con l’Eurofighter. Lì, oltretutto, l’Italia è partner di primo livello, per cui ogni euro speso nel progetto torna in patria in termini di ricaduta tecnologica ed occupazionale.
Alenia, contattata in merito, non intende fornire cifre. E si sa, il silenzio vale più di mille parole.

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