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KOSOVO/ Jarinjie, il villaggio conteso che continua la sua “guerra”


 
Sulla strada tra Mitrovica e Belgrado c’è un piccolo villaggio chiamato Jarinje. Fino al 1999 difficilmente qualcuno sarebbe stato in grado di trovarlo su una mappa. Era solo uno dei tanti villaggi nelle cui strade gruppi di persone apparentemente simili tra loro, talvolta persino imparentati, ma provenienti da etnie diverse, si guardavano con sospetto. Ma il 1999 avrebbe cambiato per sempre la storia di quel villaggio e dei suoi abitanti, che, dalla complessiva definizione di serbi (e prima ancora jugoslavi), sarebbero diventati per il mondo kosovari di etnia albanese e kosovari di etnia serba, protagonisti di una delle vicende più dolorose del XX secolo.Jarinje diviene così il “villaggio conteso” al confine tra la regione kosovara e il territorio serbo propriamente detto. Nel febbraio 2008 le truppe Nato della missione Kfor chiudono il confine dopo che alcuni gruppi di serbi, in risposta alla dichiarazione di indipendenza del Kosovo, si sollevano dando fuoco ai checkpoint posti sulla linea di demarcazione.

Da quel momento Jarinje diviene un luogo simbolo del rifiuto serbo di riconoscere il confine e di una vera e propria forma di discriminazione. Manifestazioni pacifiche di dissenso e dimostrazioni a carattere violento si alternano sulle strade del villaggio e in quelle della vicina Brnjak fino a che, nell’estate del 2011 (12 anni dopo la guerra e l’inizio dell’amministrazione fiduciaria da parte di UN), scontri più violenti tra la polizia kosovara e alcuni gruppi serbi causano la morte di Enver Zymberi, poliziotto di etnia albanese.

È l’inizio di un’escalation che riporta le truppe Kfor a presidiare l’intera zona a supporto della polizia di Pristina e a smantellare ripetutamente le barricate serbe a Jarinje, arrivando, lo scorso 26 settembre, ad aprire il fuoco contro i manifestanti. Sei di loro furono feriti.

Nei giorni scorsi alcuni elicotteri sono stati visti levarsi in volo e atterrare nelle postazioni Nato situate propri nei pressi del villaggio, mentre un drone volteggiava sulla zona. I serbi, in risposta,  avrebbero messo di traverso su un ponte due camion pesanti ad alcune centinaia di metri dai soldati Kfor, proseguendo così il blocco stradale lungo la linea di comunicazione tra Kosovo e Serbia. Le circostanze sembrano essere ben distanti dal tornare alla normalità, come auspicato dalla comunità politica internazionale. Ma nonostante ciò, la situazione dell’enclave a nord del Kosovo, dove risiedono oltre 60.000 serbi, rimane in una sorta di oscurità mediatica per la maggior parte dell’opinione pubblica mondiale.

Dopo essere stato al centro dell’attenzione dei mass media di tutto il mondo, Jarinje e l’intero Kosovo sono finiti tra le notizie in basso a destra sulle pagine interne. Il ricordo dei volti straziati di donne e bambini di etnia albanese che abbandonavano le loro case a seguito della pulizia etnica è lentamente sparito dalla memoria. E, negli anni a seguire, ben poco spazio è stato dato dai mezzi di informazione alle vendette e alle ritorsioni che hanno da allora costretto la minoranza serba a vivere in un enclave, dando vita a una vera e propria sindrome da accerchiamento per un’intera generazione di giovani, che nel 1999 aveva meno di 10 anni e che oggi si sente privata del proprio futuro.

La questione kosovara si è dunque trasformata in questione serba, in una terra che un tempo venne definita la “polveriera d’Europa” e oggi continua a lanciare segnali, che il mondo ancora una volta non sembra comprendere.

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