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Arianna Menciassi, la passione per la ricerca e un futuro incerto

Arianna Menciassi è una ricercatrice di fama internazionale: 40 anni, laureata in Fisica a Pisa, professoressa di Robotica Biomedica, vive e lavora in Toscana. Al suo attivo ha oltre cento pubblicazioni e le sue ricerche sono d’aiuto per i medici nella chirurgia e nella prevenzione. L’abbiamo incontrata per capire le difficoltà di una donna ricercatrice in Italia e, soprattutto, quelle della ricerca, visto i continui tagli operati nel settore. Tagli che scoraggiano sempre di più i giovani talenti a rimanere in Italia.

LA MIA VERITÀ – Dopo questa intervista mi sono convinta sempre più che le cose funzionano in alcune piccole realtà per la caparbietà, il duro lavoro e la passione dei singoli. Perchè le strutture italiane non danno modo a nessuno, figuriamoci ad una madre, di emergere  e di lavorare con serenità.

Come è nata la sua passione per la ricerca?
Credo che la mia sia una passione innata e non perseguita specificatamente. E’ arrivata senza che io me ne accorgessi. Alla fine mi ci sono ritrovata e non ha mai smesso di sorprendermi.

Di cosa si occupa esattamente e a cosa sta lavorando in questo periodo?
Sto lavorando a dei sistemi innovativi per chirurgia minimamente invasiva, e per cercare di traslare dalla ricerca alla clinica delle capsule endoscopiche che fanno diagnosi all’interno del tratto gastrointestinale. Stiamo anche lavorando ad un progetto di strumentazione per la navigazione e la terapia a livello vascolare, quindi quella per le placche arteriosclerotiche. Mi fa piacere dire che abbiamo anche una grande attenzione a quello che la robotica può dare a livello formativo. Proprio questo pomeriggio andrò in un Istituto Tecnico Industriale, dove ci sarà una piccola mostra di lavori sulla robotica, che sono stati realizzati da bambini dai sei anni di età fino a ragazzi di 18. Pare, infatti, che la Robotica abbia forti connotati formativi, caratteristica intrinseca nel disegno e nella realizzazione anche pratica.

Il Suo è un settore quasi esclusivamente maschile. Come si trova una giovane donna come lei a lavorare nel mondo della robotica biomedica?
Io sono abbastanza fortunata perché il mondo della robotica tradizionale – quindi robotica industriale – è molto maschile, ma la robotica biomedica, e l’ingegneria biomedica in generale, sono un mondo misto. Io insegno all’Università di Pisa un corso di Ingegneria Biomedica e i miei studenti sono eterogenei. Questo perché l’aspetto biomedico della robotica attira molto le donne. Torniamo quindi un po’ alla domanda che mi aveva fatto prima, poiché le donne pensano all’utilità ed al valore sociale di quello che fanno, forse più degli uomini. Quindi, la robotica in generale attira molto di più il genere maschile, ma la biomedica, proprio per il rapporto anche con il paziente o con la persona disabile, attira  anche quello femminile.

Il precedente governo ha operato forti tagli alla ricerca e l’attuale non promette di migliorare la situazione. Come riuscite voi, nel vostro centro, a sopravvivere?
Noi siamo una realtà di 150 persone. Il numero di persone pagate dall’Università si aggira sulla decina, il resto è pagato con assegni di ricerca di livello finanziario molto accettabile, finanziati dalla Comunità Europea e da commesse industriali nazionali e internazionali. Questo fa sì che dobbiamo sempre partecipare a bandi di ricerca estremamente competitivi, all’estero in CEE, ma non solo. Ci diamo quindi un gran daffare, per reperire fondi.  Cerchiamo poi, cosa non sempre facile, di sposare gli obiettivi di ricerca con il lavoro che ci viene commissionato all’interno di questi progetti. Questo è il salto mortale maggiore che dobbiamo fare, specialmente noi docenti, in modo che ogni giovane ricercatore in formazione possa essere pagato dignitosamente per quello che fa e, nello stesso tempo, possa formarsi un curriculum appetibile a livello sia italiano, sia internazionale.

Qual è, secondo lei, il futuro dei giovani ricercatori italiani nel nostro Paese e all’estero?
La situazione in questo clima di tagli non è tra le più rosee. Quello che noto è che, in periodi di crisi come questo, la qualità conta molto. Quello che raccomando sempre, anche ai miei studenti, è di mettercela tutta, di non essere uno fra i tanti e di cercare di approfittare di ogni giorno che passa per migliorare il proprio curriculum. Le loro capacità non devono essere solo tecniche, ma anche di management della ricerca, di gestione di progetti complessi e di risoluzione di problemi senza le specifiche. In ingegneria l’ingegnere tipico fa disegni in base a specifiche che vengono date da altri. Noi cerchiamo di dire ai giovani ricercatori: “imparate anche a rispondere ad esigenze che vi arrivano senza specifiche, cercate in un certo senso di estrarvele da soli”. Una volta che un giovane ricercatore è formato in questo modo, ha sicuramente più opportunità di lavoro. In Università c’è poca opportunità di crescita, perché i numeri sono limitati.  Rispetto a prima le aziende, però, cercano più persone con queste attitudini. Non è importante essere solo bravi laureati, ma diventa fondamentale la gestione delle criticità. I periodi di crisi sono problematici per tutti e questo fa sì che molta gente vada all’estero, ma l’abilità di gestione intelligente della ricerca, al di là della competenza tecnica, è riconosciuta ed apprezzata ovunque e a prescindere.

In Italia come viene valorizzato il talento femminile nell’ambito della ricerca?
Si parla molto di talento femminile, di alcune specificità del modo di lavorare delle donne, però non mi vengono in mente dei metodi specifici di valorizzazione. Diverso è quello che il talento femminile può apportare in lavori o attività che non sono pensati per valorizzarlo. Quello che voglio dire è che, mediamente, le donne riescono a lavorare a più cose contemporaneamente e ad avere una visione più ampia dei problemi, a vederne tutte le varie sfaccettature. Neuro-scienziati che si interessano di robotica mi hanno detto che le donne hanno una maggiore capacità di visione periferica, ovvero, riescono sì a mettere a fuoco, ma sono anche in grado di vedere i vari follows-up. Pare che sia una predisposizione ancestrale: le donne restarvano di guardia nelle caverne per proteggere la prole. Secondo me, specialmente nella gestione dei gruppi e nella valorizzazione anche degli altri talenti, le donne possono essere più flessibili e più versatili.

Qual è, secondo lei, il rapporto che le donne hanno con la tecnologia?
Questo dipende molto dalla persona, sia per le donne, sia per gli uomini. Però, ho partecipato proprio recentemente ad un convegno a Milano dove si parlava di donne e tecnologia ed un docente milanese ha raccontato di un’indagine fatta su questo rapporto. Pare che le donne siano i clienti più difficili perché in ogni nuova tecnologia cercano davvero il vantaggio, in modo pragmatico, il valore aggiunto. Mentre è molto più semplice convincere un uomo a comprare il nuovo telefonino solo perchè possiede un’interfaccia più bella. Per le donne la cosa è più complicata: davanti alla tecnologia si chiede se quella cosa migliora davvero la sua qualità di lavoro o di vita. Una semplice interfaccia carina non basta. E per quanto mi riguarda, questo è molto vero! Penso inoltre che le donne  sappiano davvero valorizzare la tecnologia utile. Si parla spesso della rivoluzione del telefonino, ma la vera rivoluzione per me è stata la lavatrice. Quando le donne hanno intuito che la lavatrice avrebbe cambiato la loro vita in risparmio di tempo, hanno acquisito velocemente tutte le tecnologie legate a questa macchina.

La Prof. Rita Levi Montalcini disse in un’intervista di aver rinunciato alla famiglia per la ricerca. Lei invece ha marito e uno splendido bambino: come riesce a conciliare lavoro e famiglia?
Con un equilibrismo giornaliero e con tanti sensi di colpa. I primi anni, quando è nato mio figlio, sono stati abbastanza complicati. Ho partorito di venerdì e lunedì già scrivevo. Era un turbinio di babysitter, nonni e marito, che per fortuna è un papà molto presente. Ma, al di là della logistica, la complicazione è psicologica. Non credo che mio marito e mio figlio abbiano avuto delle conseguenze dalla mia assenza, ma io di sicuro sì, perché quando mi perdo qualcosa che riguarda la mia famiglia sento una mancanza. Le Istituzioni sono molto carenti, ma, forse nel mio caso, non funzionerebbero comunque, considerata l’assenza di orari fissi nel mondo della ricerca. Rimane il fatto che in Italia siamo indietro da questo punto di vista. Servirebbero interventi strutturali che al momento non ci sono.

 

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