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Business is business. Il nuovo volto del Mediterraneo

Osservare il Mediterraneo da Sud e ascoltare quello che i mercati emergenti chiedono è diventato l’obiettivo di molte aziende occidentali, attratte dal nuovo volto del Mediterraneo e pronte ad inventarsi un business da lanciare nell’altra sponda.

La cosiddetta “primavera araba” ha risvegliato non solo i popoli del Nord Africa, scesi in piazza per chiedere riforme e democrazia, ma anche le aziende europee, che percepiscono le grandi potenzialità di quest’area geografica e vi intravedono ampie prospettive di sviluppo.

Nelle pagine esteri della stampa straniera ed italiana sono pubblicati quasi ogni giorno reportage, riflessioni e opinioni su gli ultimi avvenimenti in Nord Africa – dalla Tunisia fino all’Egitto – e sul processo di democratizzazione in corso, con le sue sfumature sociali, politiche ed economiche. Il giornalista del Corriere della Sera Pierluigi Battista, ha scelto un titolo importante per un suo recente articolo: “Primavere arabe e democrazia: l’Occidente smetta di aver paura”. E’ giunto dunque il momento di fidarsi e di non temere più i cambiamenti ancora in corso nel mondo arabo?

Molti investitori pensano di sì. C’è chi vuole aprire dei centri commerciali in Nord Africa e chi, come la società Lombardini22, punta sul valore aggiunto del design italiano. Il 5 luglio scorso proprio Lombardini22 ha inaugurato a Milano la prima di una serie di conversazioni sul tema dei mercati emergenti e delle opportunità di business. Uno scambio di riflessioni e considerazioni sulle difficoltà da affrontare e sulle opportunità da cogliere nell’altra sponda.
“Nei Paesi dell’area MENA (Middle East North Africa) non cercano una soluzione che si possa trovare localmente”, spiega Emidio Alfonsi, export director della società Castelli. “Si guarda piuttosto verso caratteristiche di unicità: prodotto e modo di proporsi”.

Ai loro occhi gli italiani sono una garanzia, sia in termini di creatività, sia di approccio umano. Ma l’investitore con formazione culturale anglosassone ha una marcia in più per ciò che concerne l’affidabilità, la precisione e la puntualità. Mentre prima delle Rivoluzioni arabe le relazioni erano di tipo lineare, ovvero si trattava sempre con la stessa persona di riferimento, adesso sono di tipo trasversale, un vero e proprio network.

Per gli imprenditori italiani, Marocco, Tunisia e Algeria sono i Paesi dove focalizzare gli investimenti guardando al breve termine, nonostante  questi prediligano una partnership con Francia e Spagna. La Libia è attraente, ma ancora imprevedibile. Quello che desta maggiori incertezze è oggi l’Egitto: la recente decisione dell’Alta corte di sciogliere il Parlamento, Mohamed Morsi dei Fratelli Musulmani alla presidenza, le costanti interferenze della giunta militare e le politiche incerte degli Stati Uniti non danno molte garanzie. E, per ora, allontanano possibili investitori.

Stare vicino negli affari, anche nei momenti di difficoltà, può portare buoni frutti. E l’Italia ci spera. Se da un lato c’è una forte volontà di fare business in Nord Africa – dove le competenze non mancano e i giovani non hanno nessuna possibilità di sbocco -, dall’altro ci sono molte difficoltà da affrontare: la mancanza di liquidità, i limiti normativi, una situazione politica incerta e un sistema bancario inadeguato.

La prima conversazione in Lombardini22 si conclude con una domanda: Quale potrebbe essere dunque il modello di sviluppo ideale? Forse quello in cui si possa coordinare la tecnologia europea con la liquidità di alcuni Paesi arabi. Ma sarà solo il tempo a confermare o a riformulare questa ipotesi.

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