«

»

Circoncisione, sì o no?

Tutte le persone che conosco in Israele mi chiedono spesso come mi senta a vivere qui, piuttosto che in Italia. Va da sé che se non avessi sposato Gad, non avrei deciso di vivere in questo Paese perennemente in conflitto e sull’orlo di una crisi planetaria. Ci sono giorni in cui mi domando anch’io come mai e perché proprio qui, visto che non sono ebrea e per giunta senza fede. Così, nel mezzo di un Brith, mi sono nuovamente trovata a chiedermi: ”Ma che ci faccio qui?”

Il rito ebraico della circoncisione, per me che sono affascinata da culture antiche e religioni, è ancora oggi una cerimonia intensa e autorevole, ma che m’incute sempre timore e mille dubbi. Dopo un primo sguardo di puro interesse antropologico, mi ritrovo immancabilmente a fare i conti con i miei pregiudizi, contro cui non lotto più, ma che lascio affiorare per aprire un dialogo autentico. Nonostante abbia assistito a diverse circoncisioni e abbia letto tante ricerche sul tema, fatico tuttora a capire se io sia favorevole o meno. E’ un atto crudele e primitivo o un’operazione essenziale e raccomandabile? Non oso immaginare quale sarebbe il mio grado di perplessità se aspettassi un figlio maschio. Tagliare o non tagliare?

Grazie alla prolifica tribù di mio marito, negli ultimi sei anni ho assistito a ben sei circoncisioni, con una cadenza quasi annuale. L’ultimo è avvenuto questa settimana, per San Valentino. Il “prolificate e moltiplicatevi” qui è cosa seria e quando rispondo che questo verso della Genesi (1:28) non mi sfiora perchè sono un’italiana D.O.C. e che rientro perfettamente nelle statistiche demografiche del mio Paese, mi guardano tutti con un misto di sospetto e compassione. Secondo dati recenti, il tasso di crescita nel 2010 è stato del 1.63% in Israele, -0.075%, in Italia. A cui segue un tasso di fertilità di 2.72 bambini per donna in Israele, di 1.32 in Italia.

Ogni volta che entro in sinagoga, mi colpisce l’atmosfera gioviale e informale, nonostante sia un luogo di culto. L’atrio è sempre pieno di carrozzine e bambini di tutte le età, felici e urlanti, seguiti a vista da pancioni pronti a compiere un nuovo miracolo. Al centro dell’edificio, ci sono il Rabbino, il Mohel (circoncisore) e il Sandak, che tiene sulle ginocchia il bambino durante il rito, solitamente il nonno o una figura di riguardo. I tre uomini e i genitori si stanno preparando per l’evento, mentre tutto intorno è un turbine di baci, abbracci e preghiere. Il rito di norma è breve ma non indolore, perché il bebé all’improvviso piange, nonostante sia usata una crema anestetizzante.

Per millenni sono state avanzate diverse spiegazioni per l’antica pratica della circoncisione, rituale che deve essere eseguito su ogni maschio ebreo all’età di otto giorni. Secondo la Bibbia, è il segno tangibile del Patto tra Dio e il popolo ebraico, comandato da Abramo. L’atto è preceduto e seguito da benedizioni e termina con l’imposizione del nome del neonato, il suo primo segno d’identità. Infine un rinfresco, con tante prelibatezze e chiacchiere, sancisce il benvenuto del piccolo nella comunità.

Ci rechiamo così al ricevimento al pian terreno: gli adulti possono ora tirare un fiato di sollievo, il bambino è tranquillo e silenzioso, e finalmente possiamo tutti festeggiare. Un amico mi spiega che il taglio, eseguito sull’organo sessuale, è molto significativo, ma le interpretazioni sono varie. C’è chi ritiene che questa procedura serva a sublimare le pulsioni carnali alla Volontà di Dio. Sua moglie suggerisce che “la circoncisione serve piuttosto a ricordare la vulnerabilità dell’uomo. Noi donne”, dice, “già lo sappiamo!”. Interviene mia cognata: “Lo so che ti sembra un rito brutale, ma in realtà è emotivo e profondo. E’ la pietra miliare della nostra tradizione, un segno sulla carne come tatuaggio d’alleanza con Dio”.

Vedendomi perplessa, aggiunge: “Dai, guardiamo insieme il documentario Partly private”. Il film è un viaggio personale, comico e formativo, nel mondo della circoncisione maschile, da NY a Gerusalemme, dalla Turchia all’Italia. E subito dopo, quasi a prevenire un’altra diatriba, si mette a ridere e dice: “Beatrice, Auguri e figlie femmine!”

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *