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DoveStiamoAndando? A curarci con gli animali: la zooterapia parla italiano nella terra di Didone

WhereAreWeGoingOnci e Gabriella_640

Mahdia (Tunisia). Tutto comincia con Onci, che in arabo significa “Colui che allevia la tua solitudine”. E’ un cavallo di razza berbera, oggi ha 27 anni; si incontrarono nel settembre del 1992, mentre lei era in vacanza a Mahdia, e non si lasciarono più. Nell’aprile del ’93, Gabriella Incisa di Camerana inaugura, con 10 box e un piccolo recinto, un centro ippico, inizialmente a vocazione turistica. Oggi, gli equini che vivono su 5mila metri quadrati, in piccoli gruppi nei numerosi paddock a loro disposizione, sono diventati 33, tra cui moltissimi pony autoctoni, e il Centro Ippico Mahdia è diventato una scuola di equitazione, affiliata all’Ente Nazionale Guide Equestri Ambientali (E.N.G.E.A). Il programma comprende anche sedute di Pet Therapy con gatti, conigli, paperi, muli, scimmie, rapaci e non soltanto con cavalli e cani come nella maggior parte degli altri centri similari. Questo approccio articolato e poliedrico, unico in Tunisia, è anche molto raro a livello internazionale.

Il tuo amore per i cavalli?
All’età dei giochi con le bambole, i trenini e i lego, io avevo un pony: uno shetland nero come il carbone, scelto personalmente. Mio padre, tra l’altro cavaliere e allevatore di cavalli, teneva sulla scrivania un bronzo raffigurante un cavallo arabo; mi raccontava di Harun al-Rashid, poeta, califfo e politico arabo citato nelle Mille e una notte; mi leggeva brani de I cavalli del Sahara, libro ispirato al carteggio tra il generale francese Daumas e l’emiro Abd-El-Khader, eroe della resistenza algerina. In sella al mio pony, percorrevo le campagne piemontesi sognando di galoppare tra le dune del deserto.

Chi fa zooterapia? I disturbi più frequenti?
La zooterapia è un intervento ausiliario, non sostitutivo delle terapie convenzionali. I pazienti sono per la maggior parte bambini. I sintomi possono essere fisici, neurologici, emotivi, comportamentali, ecc, ma c’è un filo conduttore che definirei “Sindrome per mancanza di natura”, dovuta essenzialmente alle limitazioni imposte dalla vita in città. Giocando con l’animale, il piccolo esplora, scopre, ripete, apprende, comprende: in definitiva, cresce. Il nostro progetto si chiama Zoo.Ani.Me.C ©, è a fini terapeutici ma non esclude quelli ludici.

Slider_Gabriella Incisa_cavalli_440x240La scelta dei singoli animali?
In base alle preferenze personali del paziente stesso, le sue capacità psico-fisiche, le eventuali fobie e allergie; fondamentale la risposta emotiva nelle prime sedute. Ad esempio, per i più piccoli e i portatori di handicap sono molto adatti i pony di Mogods, mansueti cavallini delle montagne tunisine, immortalati nei mosaici romani del Museo del Bardo a Tunisi e oggi in via di estinzione, al pari degli “sloughi” o levrieri berberi.

Tu come addestri i tuoi animali?
Mi baso sul rinforzo positivo, fiducia piuttosto che dominazione. Ho studiato B.F. Skinner e Pavlov, Konrad Lorenze Keller e Marian Breland, Ron Turner, Karen Pryor, fino ad essere affascinata da Donald Griffin, che nel suo “Listening in the dark” postula anche per gli animali la soggettività, la consapevolezza, l’affettività. Nel 1991, Carolyn A. Ristau, nel saggio “Etologia cognitiva, le menti di altri animali“, dedicato proprio a Griffin, riferisce di scimpanzé, pappagalli e pivieri che agiscono in modo non dissimile dalla cognizione umana.

Le figure impegnate nei tuoi cicli di zooterapia?
Un medico, un veterinario, un coordinatore d’intervento (psicologo/psicoterapeuta, educatore, infermiere/assistente sanitario o altro del settore), un coadiutore dell’animale che collabora con il veterinario. Tutti con una preparazione specifica. Gli esercizi propongono un percorso mentale e affettivo di progressivo adattamento alla realtà (punto di riferimento Piaget, la “Teoria degli stadi evolutivi“). Il bambino stesso indica le sue priorità di gioco, da rispettare. Supervisore, il dottor Slim Annabi, neuropsichiatra anche infantile a Tunisi, studi e master a Parigi.

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