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DoveStiamoAndando? A renderci conto di quanto l’Europa unita sia indispensabile

ROMA – “Penso sia quantomeno imprudente dare per scontato che la guerra sia un fenomeno solamente del passato. Dal 1945 a oggi, a parte qualche piccola schermaglia, non ci sono stati in Europa scontri militari, ma esistono molte ragioni di tensione”, dice Vincenzo Camporini, dal 2011 vicepresidente dell’istituto Affari Internazionali (fondato su iniziativa di Altiero Spinelli nel 1965, per promuovere l’integrazione europea e la cooperazione multilaterale). Il Generale Camporini è stato Capo di Stato Maggiore della Difesa e in precedenza dell’Aeronautica; ha diretto il Centro Alti Studi della Difesa. E’ laureato in Scienze Aeronautiche a Napoli e in Scienze internazionali e diplomatiche a Trieste. “Quanto è accaduto tra Ucraina e Russia”, riprende, “potrebbe ripetersi altrove. In Romania per esempio, nelle regioni settentrionali che ospitano la comunità ungherese, ci sono tutti i segni per un possibile scontro militare. E nei Paesi Baltici le discriminazioni cui sono soggette le minoranze russofone inducono a temere eventuali reazioni russe. O anche in Belgio, nei cui treni che vanno dalla Vallonia alle Fiandre, le scritte sui modernissimi display sono soltanto in francese in Vallonia, bilingue attraversando Bruxelles, soltanto in fiammingo nelle Fiandre”.

Realtà che dovrebbero costituire un’ulteriore ragione per rafforzare l’unità d’Europa.
“Invece l’Europa di oggi mi ricorda l’Italia del 1847. Nei vari regni, ducati, granducati, stati, potevi anche vivere bene (secondo gli standard dell’epoca, ovvio, e se appartenevi alle classi medio-alte), ma le decisioni venivano prese a Vienna, Parigi, Londra. Oggi, la qualità della nostra vita non dipende da scelte di Berlino o di Parigi né tanto meno di Roma, bensì di Pechino, Washington, forse Mosca. Un esempio, la grave crisi economica da cui stiamo faticosamente uscendo, che ci è stata scaricata addosso dagli Stati Uniti.
Se vogliamo essere coprotagonisti del nostro futuro, dobbiamo esserlo insieme; persino la grande Germania, da sé, è irrilevante”.

Dati e considerazioni che i sovranisti, con i loro elettori, respingono
“Secondo me tutto nasce dalla frustrazione dell’essere costretti a prendere atto che nel mondo contemporaneo ogni Stato non può fare a meno di negoziare il proprio destino con altri Stati, di volta in volta perseguendo il compromesso meno insoddisfacente. I passati metodi per fronteggiare minacce esterne appaiono oggi inadeguati, insufficienti, e a questo punto la reazione dei sovranisti è ‘ci pensiamo noi, soli contro tutti’. Con qualche sfumatura diversa, così è successo negli Stati Uniti che fin dagli anni ’80 con il miracolo economico giapponese si sono accorti di non essere invulnerabili né onnipotenti, in Italia dove con un atteggiamento tipicamente paranoide si dà sempre la colpa a qualcun altro di tutti i propri guai, nei Paesi dell’est Europa che avendo patito la dominazione sovietica paventano pericoli per la propria libertà in qualsiasi principio sovranazionale”.

Sono in buona fede i nostri leader sovranisti?
“Sono convinto che non lo siano e che qualcuno cavalchi l’onda allo scopo esclusivo di conquistare il potere per se stesso. Possiamo certamente strillare contro l’Europa e le istituzioni europee, ma se si comincia con le svalutazioni competitive non se ne esce più. Al momento si ottiene un sollievo temporaneo dovuto alle esportazioni agevolate, ma – fermo restando che l’economia italiana è prevalentemente di trasformazione, dunque per esportare dobbiamo prima importare – quando l’efficacia di questa prima svalutazione si è esaurita, si dovrà deciderne un’altra. La sindrome argentina è dietro la porta. Molti elettori però abboccano a una illusione che viene presentata come un’opzione, senza rendersi conto delle possibili conseguenze”.

Perché?
“Credo per un processo in corso, molto pericoloso, di progressivo distacco dal reale, per cui da un lato c’è chi rivendica una presunzione di conoscenza priva di basi obiettive, dall’altro c’è la tendenza a privilegiare il percepito sul vero.
Molti pensano ad esempio che l’università della vita equivalga a un corso di laurea. Ne ho esperienza quotidiana anche con mia moglie (Paola Tarantini, ndr) che è oncologa, lavora in ospedale ed è pure molto brava, ma quotidianamente deve misurarsi con pazienti e loro parenti che vogliono spiegarle quale sia la cura migliore.
Molti altri, e anche questo è un fenomeno esemplare dei nostri giorni, credono alla ‘invasione’ di migranti: in realtà in Italia sono il 9.7%; a Malta il 10,6; in Francia l’11,8; in Svezia il 17,3; in Germania il 13,3.

Gli odierni sistemi di comunicazione alimentano l’illusione di potersi in qualche modo liberare dai vincoli della realtà: una tendenza che potrebbe portare a eventi traumatici in tutt’Europa”.

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